Hubie all’inseguimento della pietra verde (The Pebble and the Penguin, 1995) è l’ultimo rimasuglio del contratto distributivo che legava Don Bluth alla United Artists/MGM, rimasto congelato con la parentesi in Fox. Ed è anche, fortunatamente, l’ultimo film del suo periodo di crisi. Poco dopo, la nuova collaborazione con i Fox Animation Studios (sì, sono anni un po’ tennistici da questo punto di vista) gli regalerà il suo più grande successo commerciale e gli ultimi sussulti di creatività. Hubie è sicuramente meglio dei tre film precedenti, anche se restiamo sicuramente lontani dai livelli di accettabilità, per non parlare dell’eccellenza Disney, quest’ultima davvero irraggiungibile. Hubie condivide l’anno di uscita con Pocahontas e Balto, ma non può certo dargli del tu.
Hubie è un timido pinguino innamorato della bella Marina. Secondo il rito di accoppiamento dei pinguini, per conquistarla deve donarle una pietra. Lei sembra ben propensa ad accogliere il nostro eroe ma è oggetto delle mire del malvagio Drake. Quando Hubie trova per caso un frammento di meteorite verde da donare alla sua amata, Drake lo getta in mare e il nostro finisce su una nave diretta allo zoo.
La pochezza tecnica e la bruttezza delle canzoni – che come al solito sarebbero rifiutate anche nelle peggiori annate del Festival di Sanremo – ormai sono una tassa sottintesa. Non siamo ai livelli di Pollicina e Stanley, ma eguagliarne la bruttezza sarebbe stata un’impresa gigantesca.
Hubie appare come un frullato sia di opere precedenti che di opere future, le quali magari tratteranno pure lo stesso tema, ma rivolgendo a questo povero filmetto uno sguardo di sdegno.
Hubie si apre con il libro tipico di Disney, sebbene non sia propriamente una fiaba, segue un’ouverture con i personaggi colti a danzare sullo spartito come nei corti di Winnie the Pooh (e rieccoci alla lesa maestà) e presenta echi di Fantasia. Il cattivo Drake è un Don Rodrigo dell’Antartide e allo stesso tempo un cugino del Duca dei Gufi di Rock-a-Doodle, i pinguini sono tenuti ingabbiati dai cattivi cacciatori (già mostrati con risultati migliori cinque anni prima in Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri) e il viaggio in nave sembra anticipare di una decina di anni quella genialata di Madagascar, uscito in un periodo di particolare successo per i pinguini, tra Happy Feet e Surf’s Up, tra La Marcia dei Pinguini e Encounters at the end of the World.
The Pebble and the Penguin, insomma, risulta un’insipida proposta di numerosi elementi ricorrenti sia nella filmografia di Bluth che altrove, una pellicola passata fortunatamente inosservata davanti a un pubblico che aveva ormai finito i pomodori da lanciare.
Don Bluth si proietta alla fine del millennio con nuovi budget, nuova fiducia nel proprio team e la sensazione che il peggio sia ormai passato.