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Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 5: Charlie – Anche i cani vanno in paradiso

Charlie – Anche i cani vanno in paradiso è quel primo passo più lungo della gamba che Don Bluth compie dopo i suoi due più grandi successi commerciali e la fine del sodalizio con la Amblin di Spielberg. Fievel sbarca in America aveva tenuto testa a Basil l’Investigatopo; Alla ricerca della Valle incantata aveva avuto addirittura la sfrontatezza di debuttare contemporaneamente a Oliver & Co. battendolo su tutta la linea (ed è proprio curioso notare come un film ambientato nella Preistoria abbia battuto il Classico Disney più legato al suo qui ed ora). Si vuole rilanciare il guanto di sfida: anche Charlie uscirà insieme al nuovo Classico Disney. Peccato però che il film di Bluth non si trova davanti a un’altra versione tarocca di Dickens, ma davanti a La Sirenetta, e stavolta la sfida al botteghino nemmeno ha inizio.

È il 1939 e siamo a New Orleans, Charlie è un pastore tedesco intrallazzone, gestisce una bisca clandestina per cani ed è appena uscito di galera. Il suo socio, il bulldog Carface (sì, avete letto bene), decide di farlo fuori e ci riesce. Charlie è in cielo e scopre dal levriero rosa Annabelle (il “San Pietro” della situazione) che tutti i cani sono destinati al paradiso, anche i farabutti come lui, il quale però non vuole saperne di morire e con uno stratagemma torna in vita sulla terra. Qui scopre che Carface tiene segregata una bambina umana, Anne-Marie, in grado di parlare con gli animali per poterla sfruttare nel suo giro di scommesse. Charlie insieme al suo fedele amico, il bassotto Itchy, decidono di rapire la bimba a loro volta per poter fare la stessa cosa, ma il suo cuore si rivelerà nettamente più tenero.

Charlie sembra davvero la risposta diretta a Oliver & Co. Entrambi i film parlano di uno strambo sottobosco di cani criminali in una grande città con un gangster come villain e una bambina piccola di mezzo. Se nella pellicola Disney è tutto osservato dal punto di vista di un povero gattino sperduto in una New York super anni ’80 piena di cartelloni Sony e Coca Cola, qui abbiamo una storia pulp mista a quel senso del fantastico tanto caro agli americani dai tempi de La vita è meravigliosa (e in origine il film doveva essere una serie di avventure di un cane investigatore privato). Il primo ha una componente umana molto più presente, un riferimento letterario pesante e un senso di derivativo come mai prima d’ora in Disney (e neppure dopo), Charlie, a parte alcuni aspetti, sta molto di più sulle sue gambe.
Per quanto possa sembrare assurdo, soprattutto per un serioso parruccone come il nostro vecchio maestro, la pellicola sceglie di affrontare una storia apparentemente più adulta senza un minimo di gravitas, e per un film che parla di morte, resurrezione e senso di colpa è tutto dire! (sarebbe interessante conoscere il parere di Scorsese). Qui i cani rubano, rapiscono bambini, picchiano, truffano, giocano d’azzardo (il più delle volte barando), si ubriacano e fanno ubriacare per poter ammazzare, imbrogliano e tradiscono chiunque si fidi un minimo di loro e praticamente fanno tutto senza rimorsi. O meglio, il punto del film sta proprio nel fatto che Charlie riesca finalmente a pentirsi della vita che conduce. Però l’opera sembra davvero voler rimanere una scanzonata commedia di simpatici mascalzoni, con la storia della povera bambina orfana buttata lì un po’ nel mezzo. Dom De Luise, che aveva interpretato Tiger in Fievel e aveva disertato La valle incantata lasciando afono il povero Spike per dare voce a Fagin in Oliver, riesce a coinvolgere il suo compare di lunga data Burt Reynolds, e probabilmente si sono divertiti un mondo (più loro del pubblico) nell’interpretare rispettivamente Itchy e Charlie.
Forse stavolta, infatti, era il caso di limitare le stramberie tipiche di Bluth, dai cani dai mille colori pastellati ai coccodrilli giganti, alla sostanziale antipatia di tutti i suoi personaggi, con un Charlie sicuramente respingente ma a tratti con cui non è facile empatizzare. E soprattutto, una colonna sonora raccapricciante. Sia chiaro, le canzoni dei film precedenti non erano memorabili; nei titoli di testa e di coda ci trovavamo sempre davanti a delle lagne insopportabili e inutilmente tragiche, nel caso di Fievel, unico musical fino ad ora, totalmente dimenticabili. Qui le canzoni sono brutte, poco melodiche e totalmente inutili. E, disgraziatamente, nei nostri prossimi appuntamenti ascolteremo di peggio.

Purtroppo, non si può parlare di questo film senza fare riferimento alla tragica realtà che ha coinvolto la piccola attrice Judith Barsi, doppiatrice di Anne-Marie e precedentemente di Ducky ne La valle incantata. Figlia di immigrati ungheresi, con una madre che l’aveva cresciuta col solo scopo di farla diventare un’attrice e con un padre violento, possessivo e incapace di rapportarsi con il mondo, conduceva una vita sicuramente infelice, in un clima familiare abusivo e violento. Sua madre decide di andarsene lontana dal marito portando la bambina con sé, ma l’uomo non lo accetta. Le loro vite si interrompono nella maniera peggiore possibile il 25 luglio del 1988. Il film uscirà un anno dopo e sarà dedicato alla memoria della piccola attrice.

Portato a termine con un clima comprensibilmente funereo, il film riuscirà comunque a rientrare dei costi, con lo studio di produzione inglese GoldCrest (primo partner estero per Bluth), che sceglie di proseguire con un secondo film insieme al regista. I diritti di sfruttamento per i personaggi resteranno in mano a MGM che produrrà un sequel per il cinema (sebbene sfruttato principalmente nel mercato domestico) intitolato Le nuove avventure di Charlie (All Dogs Go to Heaven 2) nel ’96, una serie animata andata avanti per 40 episodi fino al ’98 e uno special animato ispirato al Canto di Natale (ancora Dickens) nel ‘98.
Charlie chiude il decennio magico di Don Bluth, e pur con tutti i suoi difetti rimane un bel film prima della deriva di un artista sicuramente coraggioso ma che avrebbe necessitato di maggiore supervisione da parte dei suoi produttori. Ma di questo parleremo nei prossimi appuntamenti.



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