Bartok il Magnifico (Bartok the Magnificent, 1999) è l’unico film diretto da Don Bluth uscito direttamente per il mercato casalingo, ignorando completamente la sala cinematografica. E guardandolo si capiscono i motivi. Si tratta di un filmettino minuscolo, con protagonista la spalla comica del cattivo di Anastasia (che tanto spalla del cattivo non è), con una durata infima, con pochissime idee e con ancora meno soldi per realizzarle. Insomma, il segnale evidente di un artista che ormai non può proporre la sua visione a uno studio ed è ridotto quasi alla mera bottega e di colpi in canna non ne ha più molti. Don ha appena 60 anni, giovane probabilmente non lo è mai stato ma sicuramente l’industria animata statunitense è in una fase di cui lui non ha minimamente controllo.
La seconda metà degli anni Novanta è uno spaccato temporale un pochettino infame per i creativi dell’animazione. Le idee ci sono, ma Disney comanda e gli altri inseguono; in più Toy Story è già uscito e se non sai animare al computer rischi di restare schifosamente indietro. E il nostro amico dallo Utah di CGI non vorrebbe saperne più del necessario. Se un film diventa un mezzo successo commerciale, gli studios vorranno il suo sangue. Se vai bene al cinema devi replicarti al massimo in televisione, se vai male al cinema qualcosa si prova a fare comunque. La sola Disney in quegli anni produce circa una ventina tra film e serie animate ispirate ai personaggi classici, imbroccandone davvero poche. Warner, Universal e la neonata Dreamworks provano a replicare esperimenti simili con sequel di Balto e Il Principe d’Egitto. In generale poca cosa, e il nostro non spicca di certo.
Bartok è l’unico “sequel” (anche se questo è più un prequel/spin-off sghembo) tratto da un suo film a cui Bluth abbia mai messo mano, per gentile concessione di Fox e necessità di lavorare più che per dedizione alla causa. È meglio dei suoi fratelli bastardi gestiti da incompetenti – non che ci voglia molto. Il sequel di Brisby è una bestemmia, quelli di Alla ricerca della valle incantata sono tantissimi e con pochissima personalità, i prodotti tratti da Fievel e Charlie hanno trovato un loro pubblico di affezionati, ma prevalentemente solo in Nordamerica. Bartok quantomeno non è orripilante ed è anche più digeribile dei film originali di Bluth della prima parte del decennio.
Molti anni prima degli eventi di Anastasia, il pipistrello albino Bartok è un saltimbanco che si vanta di grandissime imprese eroiche mai effettivamente compiute, con la complicità dell’orso Zozi. Quando il giovane principe Ivan viene rapito dalla terribile Baba Yaga, Bartok viene incastrato con la promessa di liberare il principe, ma anche con l’opportunità di diventare davvero un eroe.
Lo spunto di partenza è essenzialmente quello della fiaba del sarto coraggioso (il fanfarone che si ritrova ad affrontare davvero una minaccia uscendone poi vittorioso). Il personaggio di Bartok è simpatico ma non particolarmente carismatico né col peso del protagonista e i suoi coprotagonisti e antagonisti (veri o presunti che siano) non sono certo interessanti e sembrano più che altro dei “repack” di protagonisti di altri film (con tutto il bene per un artista che non ha mai fatto dell’innovazione il suo punto di forza). La struttura del film è a metà tra la fiaba intesa secondo quanto codificato da Propp e la quest da videogioco fantasy open world. È singolare poi che Don abbia riciclato qualche idea scartata dei tempi di Dragon’s Lair, ricordandoci purtroppo dell’unico momento della sua vita in cui è stato davvero irriverente e coraggioso.
Ci prova pure a lanciare qualche diretto come ai vecchi tempi: Bartok gira con un carretto su cui è dipinto lui stesso trionfante su un facocero identico a Pumbaa (quando nella realtà era lui steso a terra con Disney a mettergli i piedi in faccia), tantissimi design scopiazzano Aladdin, Hercules e i meravigliosi Mickey Mouse Works degli stessi anni.
Il lampo di fuoco creativo avuto per pochissimo tempo con Anastasia si è esaurito prima del tempo e la fiducia riposta in lui dalla Fox si spegnerà con il suo ultimo film. Bartok è un film giustamente pigrissimo – d’altronde uno altezzoso come Bluth non può certo sprecarsi per la televisione –, che tuttavia risulta più gradevole di alcuni sgorbi in cui Bluth ci aveva messo, invece, tutto sé stesso. Grazie a questo lavoro, riuscirà ad avere i fondi per Titan A.E. che però sarà la sua condanna.