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Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 3: Fievel sbarca in America

Brisby e il Segreto di NIMH è stato un esordio audace e inaspettato, ad opera di una mano esperta e consapevole dei propri mezzi (nonostante qualche passo più lungo della gamba e anche piuttosto adulto e tenebroso). Don Bluth e i suoi hanno i riflettori dell’industria dell’animazione puntati addosso; le offerte non mancano e sicuramente sono ben accette perché, sebbene Brisby non sia andato in perdita, non si è visto il becco di un quattrino. L’intento è dichiarato: creare un’alternativa industriale a Disney, occupando un posto di rilievo nelle sale e nei cuori del pubblico. Ma per farlo servono mezzi e capitali. E quando l’offerta giusta la fa la Amblin di Steven Spielberg, con le spalle ben coperte da una Universal ansiosa di entrare nel settore dell’animazione (l’unico precedente era stata la distribuzione dello stranissimo Pinocchio nello Spazio degli anni ’60) non si può certo dire di no.

La collaborazione con il “Re Mida” di Hollywood segna il momento più felice della carriera di Bluth. Il regista con Fievel sbarca in America e Alla ricerca della Valle incantata centra i suoi due film più calibrati e simpatetici con il grande pubblico, che si traducono quindi nei maggiori incassi della sua carriera e nel conseguente sfruttamento commerciale dei loro personaggi (da parte di Amblin e Universal però, senza il coinvolgimento diretto di Bluth). Quello che Bluth e Spielberg sanno bene è che in questo momento il bisogno dello studio non è quello di seguire il solco oscuro e mistico di Brisby (i cui diritti sono rimasti alle annaspanti United Artists e MGM), ma di creare dei simboli o, per dirla in maniera più concreta, delle mascotte. Serve qualcosa che faccia breccia nei cuori di grandi e piccini, un personaggio simpatico, tenero ma sornione, ingenuo ma buono: serve un nuovo Mickey Mouse, ma quello delle origini, campagnolo e pestifero. Serve un topo, come sempre.

L’ultimo lavoro di Bluth in Disney era stato su Le avventure di Bianca e Bernie (The Rescuers), un film su una società di topolini che salvano bambini in difficoltà; poi c’era stato Brisby e successivamente Disney ha fatto uscire la versione per roditori di Sherlock Holmes: Basil l’Investigatopo (The Great Mouse Detective), un film di topi ambientato nella Londra vittoriana che vivono avventure in miniatura simili a quelle degli esseri umani. Quattro mesi dopo, nel novembre del 1986, Bluth fa uscire Fievel sbarca in America (in originale An American Tail), una storia di topolini che vivono in piccolo (ma neanche troppo) il più classico esempio di sogno americano. E il topolino protagonista diventerà la mascotte che Brisby non poteva essere.

Šostka, Impero russo, dicembre 1885. La famiglia Mouskewitz (Toposkovich nella versione italiana) è interrotta nei festeggiamenti di Channukah da un’incursione dei cosacchi e dei gatti. Stanchi di vivere nella paura decidono di fuggire in America, convinti che “non ci sono gatti in America“. Durante la traversata oceanica la nave viene travolta da una tempesta e il piccolo Fievel, figlio di mezzo della famiglia e unico maschio, viene disperso in mare. Riuscirà rocambolescamente a raggiungere New York con la speranza di ritrovare la sua famiglia.
L’allegoria non può essere più chiara di così: i topi destinati a migrare sono gli oppressi di tutta Europa, nel caso dei Mousekewitz gli ebrei devastati dalla violenta persecuzione zarista, mentre i gatti rappresentano chiaramente gli oppressori (che siano soldati o mafiosi poco cambia). E anche qui, in un film sicuramente più fanciullesco rispetto a Brisby, la violenza non viene risparmiata. Di là avevamo animali vittime di esperimenti genetici, qui dei veri e propri pogrom.
Concentrandoci sul fulcro dell’operazione, Fievel appare come il personaggio perfetto per lo scopo. È tenero ma non stucchevole, coraggioso ma non indisponente, ingenuo ma amabile. Ha vestiti troppo larghi, le maniche troppo lunghe, un cappello troppo grande, le orecchie a sventola (troppo anche per un topo) e la linguetta di fuori quando escogita qualcosa che puntualmente lo metterà nei guai.

Fievel è essenzialmente una versione migliorata di Banjo, della sua voglia di scoprire il mondo e della sua incoscienza, ma se Banjo risultava abbastanza fastidioso e poco definito nel design, Fievel è invece un simbolo nato. Oltretutto, le situazioni in cui si trova sono davvero drammatiche: persecuzione razziale, migrazione transoceanica, naufragio, distaccamento familiare, sfruttamento lavorativo in condizioni di schiavitù e povertà assoluta. Eppure, il film riesce a non apparire pietista per via di una gestione abbastanza ironica delle varie peripezie, grazie anche al montaggio che ci mostra Fievel sfiorare la sua famiglia nei modi più assurdi prima di potercisi finalmente ricongiungere. Spielberg riesce a smorzare quella patina di retorica che aveva infestato i corti d’esordio di Bluth e che, purtroppo, tornerà pesantemente negli anni ’90. E soprattutto, riesce a far funzionare benissimo i personaggi di contorno, soprattutto quelli comici (molto ricalcati, a dire la verità, su quelli di Banjo), vero tallone d’Achille di Bluth. Forse il vero punto debole del film sono le canzoni, assillanti e abbastanza fastidiose e, queste sì, pietiste. Ma Bluth centrerà finalmente un musical solo nel 1997 con Anastasia.

È davvero interessante poi lo sfruttamento del fattore urbano: una New York in divenire, in cui ai migranti viene cambiato nome spersonalizzandoli, in cui la Statua della Libertà è ancora un cantiere (un po’ lontano dalla realtà storica, ma ce lo facciamo andare bene) e in cui veramente si respira un’aria di molteplicità. In Brisby ogni elemento sia positivo che negativo appariva agli occhi della protagonista, una vedova di campagna, come un elemento straordinario e al di fuori dai suoi schemi mentali. Qui, invece, ogni cosa sembra assimilarsi perfettamente al grande marasma cittadino fatto di morti, mafie, lotte sindacali e politiche clientelari e truffaldine. Tutto è nuovo per i nostri protagonisti, ma non ci si meraviglia di nulla. Certo, c’è un bel po’ di confusione ideologica da parte di Bluth, ragazzo di campagna tutto casa e chiesa con una coscienza civile abbastanza contorta, che qui fa un film contro la violenza razziale zarista e inneggiante quasi al proletariato e che dieci anni dopo realizzerà un’opera revisionista e contro la Rivoluzione d’Ottobre.

Fievel resta, ancora oggi, il personaggio più iconico della carriera di Don Bluth, insieme al gruppetto di dinosauri e alla principessa di tutte le Russie e questo si vedrà anche nell’ampio sfruttamento del topolino da parte di Amblin e Universal negli anni ’90: prima con il delizioso Fievel conquista il West (An American Tail: Fievel Goes West) nel 1991, unico sequel di un film di Bluth ad andare nelle sale, poi con la serie animata in tredici episodi Le avventure di Fievel (Fievel’s American Tails) e infine con due film da cassetta, Fievel – Il tesoro dell’isola di Manhattan (An American Tail: The Treasure of Manhattan Island) nel ’98 e Fievel – Il mistero del mostro della notte (An American Tail: The Mystery of the Night Monster) nel ’99, tutto sommato accettabili. Ma, soprattutto, Fievel diventerà il vero volto animato della Amblimation, il nuovo studio fondato da Spielberg di cui sicuramente ci occuperemo.

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