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Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 2: Brisby e il Segreto di NIMH

Tutto è iniziato con un topo, anche questa volta. Solo che non si tratta di un topo pestifero che vuole farsi bello davanti alla topolina che gli piace, come il Mickey degli anni ‘30. Parliamo, infatti, di una topina adulta, madre, vedova, desiderosa solo di fare il bene della sua famiglia e che si trova in una storia infinitamente più grande di lei.

Brisby e il Segreto di NIMH (1982) è il primo lungometraggio diretto da Don Bluth ed è sicuramente il suo principale manifesto e lascito artistico. Brisby è la realizzazione di un desiderio quasi inaccessibile: la volontà di battere il padrone indiscusso dell’animazione sul proprio terreno. Bluth non vuole distaccarsi dallo stile Disney, Bluth vuole fare Disney meglio di Disney stessa.

L’allontanamento infatti non è dovuto tanto alle differenze di vedute con colleghi e superiori, quanto più a motivi quasi ideologici. L’insofferenza verso le scelte economiche a risparmio dei vent’anni precedenti era diventata per Bluth insostenibile. E, per carità, la differenza di cura tra una Bella Addormentata (Cinemascope, fondali dipinti, ispirazioni medievali) e le “smatitate” de La Carica dei 101 è abissale, ma la diplomazia non è mai stata un’opzione per Bluth, il quale durante la lavorazione di Red e Toby se ne va sbattendo la porta e portandosi dietro sedici animatori con l’intenzione di rendere l’animazione di nuovo grande.

Fonda la Don Bluth Productions, primo nome di una società che lo cambierà praticamente a ogni film e a ogni bancarotta, la quale si finanzia con i proventi delle sequenze animate realizzate per il film Xanadu (guilty pleasure per molti americani, ma abbastanza sconosciuto oltreoceano) e mettendo insieme quasi 7 milioni di budget grazie ad Aurora Films (società di produzione nata e morta nel giro di pochissimo tempo, fondata da ex dirigenti Disney) e alle stelle cadenti della vecchia Hollywood, cioè MGM e United Artists.

Il materiale di partenza è La signora Frisby e il segreto di NIMH, romanzo ecologista per ragazzi scritto da Robert C. O’Brien e che era già passato sotto l’occhio di Bluth mentre era ancora in Disney. L’idea era stata bocciata perché di progetti con i topi effettivamente in Disney ce n’erano già troppi. Il nome della topolina protagonista verrà cambiato da Frisby a Brisby, e comunque eliminato dal titolo inglese, per evitare querele da parte della casa produttrice del frisbee. Sì, quel frisbee.

Brisby è una topolina di campagna che vive con i suoi tre figli in una tana vicino a un casale. La sua vita è devastata dall’alternanza dei lavori agricoli umani che periodicamente distruggono la sua dimora, dalla recente scomparsa di suo marito e dalla polmonite che ha colpito uno dei suoi figli. Per poterlo guarire, si imbatte in un manipolo di personaggi sempre più bizzarri, misteriosi, inquietanti o melliflui, e infine scoprirà la verità sulla scomparsa del marito.

Uno degli aspetti più interessanti di Brisby risiede nella scelta di realizzare un film destinato anche ai bambini, ma focalizzandosi sul genitore (e da qui la Pixar ha preso molti appunti): una madre vedova, non giovane, che non contempla l’amore né viene bramata da nessuno e che emerge dalla propria dimessa ordinarietà per superare anche chi appare ai suoi occhi, e ai nostri, come straordinario. Le paure di Brisby iniziano ben prima del film, e non finiranno neppure con i titoli di coda e la canzone Flying Dreams. Eppure, la topina resiste e riesce a realizzare ogni suo obiettivo, senza che la sua evoluzione risulti forzata. Il suo design è semplicissimo ma efficace, sfuggendo al rischio di renderla una mascotte, eventualità che non sarebbe stata appropriatissima.

Il circo di personaggi incontrati da lei durante il suo percorso ci mostra poi le varie anime del cinema di Bluth, esaltate dal rapporto tra la critica agli esperimenti genetici sui roditori e un elemento magico sempre presente. Nicodemus è sicuramente la figura più interessante, ripugnante e rassicurante allo stesso tempo; sembra quasi provenire dall’universo fantasy di Ralph Bakshi. I ratti rifuggono i facili stereotipi, andando ad anticipare tante di quelle sfumature caratteriali che nei personaggi Disney arriveranno solo a partire dagli anni ’90.

E poi c’è il Grande Gufo, lui sì che è davvero il simbolo, insieme a Nicodemus, di ciò che Bluth non sarebbe mai riuscito a mostrare in Disney: una figura brutale, oscura, minacciosa e rassicurante al tempo stesso, complessa nel suo design, nelle sue animazioni e perfino nel suo ruolo, considerando il brevissimo screen time che gli è dedicato.

Brisby sembra mostrare molto più interesse per i suoi antefatti che per la narrazione degli eventi; in effetti, da una parte abbiamo un intrigo fantapolitico e parascientifico su una società di ratti intelligenti, mentre dall’altra abbiamo un trasloco e un aratro. Tuttavia, è esaltante vedere come una storia minuscola di figure minuscole si inserisca in trame più grandi di qualsiasi aspettativa e paura. E a tutto ciò si aggiunge ovviamente la notevole cura per il dettaglio grafico: l’utilizzo del rotoscopio per i macchinari, i giochi di luci e ombre e la totale assenza di contorni a vista.

La fortuna di Brisby è stata contenuta. Gli incassi andarono piuttosto bene, ma per salvare la baracca ci sarebbe dovuto essere il pienone in ogni cinema. Comunque, Don e i suoi sodali continueranno la loro avventura con un altro topo e un altro produttore: Steven Spielberg.

I nostri personaggi torneranno invece in un sequel per l’home video in cui uno dei figli di Brisby ad un certo punto manovra un robot che sembra uscito dalla mente di James Cameron.

Non ci sentiamo certo di contraddire il regista quando parla di questo film come della sua opera migliore. È qui che infatti vengono meno tantissime ingenuità, la cura maniacale non sfocia nel manierismo, la cupezza non risulta inutile e la visione politica non diventa qualunquista. Brisby ha dimostrato che un’animazione precisa, curata e pregna di contenuti poteva esistere e non come prerogativa esclusiva dei grandi studios: una lezione che nel decennio successivo hanno frainteso in molti.

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