Come abbiamo detto nel nostro precedente appuntamento, la prima metà degli anni ’90 sarà per Don Bluth sì estremamente prolifica, con quattro film realizzati tra il 1990 e il 1995, ma anche caratterizzata da invadenti problemi di produzione, ritardi e rimandi continui, incassi nella maggior parte dei casi miseri e una considerazione, da parte di pubblico e critica, su cui tacciamo per non rigirare il dito nella piaga.
Pollicina (Thumbelina, 1994) è prodotto dal solito studio di Bluth, con Warner Bros. che subentra come partner per la distribuzione dopo le tre collaborazioni del regista con MGM. Se non vi tornano i conti, sappiate che il terzo film di questo contratto, Le avventure di Stanley, vittima di uno dei tanti rimandi a cui abbiamo accennato e considerato il “figlio scemo” fin dal suo concepimento, sarà distribuito in pochissime sale solo dopo l’uscita di Pollicina e sarà quindi oggetto del nostro prossimo appuntamento.
Con Pollicina Bluth torna, per la prima volta dai tempi di Brisby, a un soggetto tratto da una fonte letteraria precisa, cioè la fiaba Pollicina (Tommelise) di Hans Christian Andersen (e che viene anche citato nella card del titolo), già oggetto di numerose trasposizioni, soprattutto giapponesi. Questa volta più che mai c’è il tentativo di inseguire la Disney del Rinascimento, con il risultato di fallire miseramente.
La storia è fedelissima alla fiaba originale: alle porte di una Parigi settecentesca, una donna senza marito prega una fata affinché le venga donata una figlia; così, nasce questa creaturina alta quanto uno scricciolo, ma già dall’aspetto e dalla personalità tardo-adolescenziale, che viene chiamata Pollicina. La notte stessa, la ragazza conosce il principe delle fate Cornelius e se ne innamora, venendo ricambiata. Tuttavia, viene rapita da una famiglia di rospi spagnoli, solo la prima di molte sventure prima del consueto lieto fine.
È il primo film di Bluth a superare i novanta minuti di durata e i 20 milioni di budget, probabilmente lievitato per i ritardi. Il cast è leggermente più affollato del solito e sono presenti i primi inserti in Computer Grafica, alla vigilia della rivoluzione Pixar. È evidente che la spinta propulsiva del decennio precedente era finita: Disney si era ripresa alla grande, Charlie – Anche i cani vanno i paradiso aveva perso lo scontro diretto con La sirenetta, Rock-a-Doodle era rimasto schiacciato tra La bella e la bestia e Aladdin e il mercato nel frattempo si era rimpolpato di competitor. Bluth farà uscire due film nel 1994, lo stesso anno de Il Re Leone, che non ha lasciato alla concorrenza nemmeno gli avanzi dei popcorn. Il regista qui vuole trovare la sua principessa e la sua fiaba, il suo musical animato classico, i suoi personaggi iconici, cioè quelli capaci di far innamorare, divertire o spaventare il pubblico. Ma lo farà solo irritare.
Grazie al materiale di partenza, la trama riesce a essere molto fluida anche nella sua natura a episodi. Lasciatosi alle spalle le assurdità di Rock-a-Doodle – certo che fare peggio sarebbe stata un’impresa –, i personaggi risultano comunque sgraziati e antipatici, nonché fastidiosi durante ogni loro apparizione. Pollicina e Cornelius, con la loro aria da re e reginetta del ballo del liceo americano, sono lontani dal carisma di qualsiasi Belle o Aladdin; l’ambientazione francese sembra anticipare Il gobbo di Notre Dame – anche per la presenza di un narratore che sembra un artista di strada girovago e dei cattivi, fondamentalmente dei predatori sessuali – ma senza neanche l’ombra della gravitas insita nel film Disney. I piccoli aiutanti insetti sono ispirati al design dei cortometraggi degli anni ’30 di Disney e dei Fleischer – e qui si incorre nella lesa maestà. Insomma, si tratta fondamentalmente della peggior fiaba animata degli anni ’90 insieme all’Incantesimo del lago di Richard Rich.
Al botteghino si recupererà solo un terzo del budget, Warner Bros. scaricherà la distribuzione casalinga a Fox e quindi poi a Disney con la fusione, perdendosi nei meandri dei cataloghi da cassetta nel corso degli anni.
Pollicina ha, effettivamente, un solo merito, ovvero aver fatto vincere a una canzone di un film di Don Bluth il premio più adatto: il Razzie per la Peggior canzone, conferito a Marry the Mole.