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Cannes 78 – O Agente Secreto: vivere e morire in Brasile nella monumentale riflessione storica di Mendonça Filho

Copyright: Neon

Arriva in concorso a Cannes 78 O Agente Secreto, del brasiliano Kleber Mendonça Filho. Dopo gli avvolgenti e densi 158 minuti di durata, il successo è giunto con nettezza sulla croisette.

La nuova opera del regista di Bacurau (notevole anche quello, seppur meno bilanciato) colpisce innanzitutto per la densità con cui è articolato il racconto. Sullo sfondo del difficile contesto sociopolitico della dittatura brasiliana (la trama si svolge nel 1977), la storia privata dell’ingegnere interpretato solidamente da Moura (tornato come rifugiato politico a Recife per rivedere il figlio, ma subito accortosi di essere nel mirino di un vecchio nemico) si sviluppa su tre linee temporali (distribuite a loro volta liberamente in tre capitoli dai titoli evocativi). Passato, presente e futuro si relazionano a partire da continue rivelazioni che concernono non solo elementi narrativi, ovvero ciò che viene raccontato, bensì tutto il discorso filmico, cioè il modo in cui è organizzata la narrazione.

Mendonça Filho non si limita a riflettere sul clima di inquietudine e repressione che animava il regime dei Gorillas, ma si interroga magistralmente su quale sia il modo giusto di ricostruire e raccontare il passato. Nel magnifico finale, la pellicola si rivela come un pregnante saggio sull’etica della ricerca e sull’uso delle fonti storiche (non a caso il protagonista Marcelo in passato ricopriva il ruolo di ricercatore universitario). Infatti, il film si attesta pure come un’accurata analisi dell’utilizzo dei media, in particolare i giornali (impiegati con tono ironico e surreale nella brillante scena dedicata alla “gamba-zombie” e poi, subito dopo, a quella del brindisi) e la radio (non a caso, l’ascolto di questo medium squisitamente novecentesco o, più in generale, di una traccia audio, indipendentemente dal supporto, apre e chiude la pellicola).

Quello di Mendonça Filho è un grandioso film-romanzo, in cui per almeno i primi novanta minuti sembra non accadere nulla di rilevante. Invero, il regista conduce lo spettatore in un viaggio nella piccola cittadina di Recife, il cui microcosmo di maschere umane (gli eventi si svolgono durante il Carnevale, evidente metafora del rapporto tra la verità e la sua alterazione nel contesto dei desaparecidos) viene presentato al pubblico in modo indiretto, con i personaggi semplicemente colti nel loro agire. Solo dopo aver impiegato più di un’ora per edificare una cornice spazio-temporale abbastanza robusta, il racconto opta per la trasparenza, svelando, questa volta in modo diretto (cioè fornendo le informazioni attraverso le parole dei personaggi), il nucleo centrale del plot.

In questo senso, la regia è pura maestria tecnica, capace di dominare e organizzare demiurgicamente un racconto così vasto e denso (eppure mai tedioso, in quanto caratterizzato da un continuo dinamismo di luoghi, tempi e fatti) e in grado di proporre immagini esteticamente sublimi (come il semplice carrellare della mdp dall’interno di una cabina di proiezione cinematografica – in cui si proietta, non casualmente, Lo squalo, capolavoro spielberghiano dell’ansia e dell’inquietudine – verso una finestra aperta che affaccia sulla metropoli: puro spettacolo cinematografico, degno di un kolossal storico).

A convincere è anche il comparto retorico messo in campo dal regista brasiliano, perfettamente bilanciato e mai stucchevole o eccessivo. Le allegorie e le metafore presenti (la gamba mozzata scoperta nel ventre di uno squalo, animale che rima tragicamente con l’allegoria di un Brasile predatore) convivono adeguatamente con un racconto, dopotutto, dedito alla prosa.

Un film magniloquente, visivamente e narrativamente, e sempre avvincente, grazie al suo magma di storie nelle storie dentro la Storia di un Paese. Un cinema pienamente contemporaneo sul senso, sull’etica e sulle virtù del racconto storico.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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