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dracula dracula

Il ritorno del regista di Nikita e Leon – Il professionista arriva due anni dopo l’abominevole Dogman (trovate qui la recensione), e vede di nuovo Caleb Landry Jones nei panni del protagonista. Interpreta Vlad l’Impalatore/il Conte Dracula in questa rivisitazione – pienamente bessoniana – del classico di Bram Stoker. Nell’affiatato cast di attori, anche Matilda De Angelis e Christoph Waltz, nei panni di Van Helsing.

Dracula – L’amore perduto è, udite udite, uno dei lavori più convincenti dell’autore francese da un decennio a questa parte, per quanto non brilli particolarmente. Incominciamo col dire che la sua versione DEL romanzo dell’orrore per antonomasia è, nel suo atto centrale, il più convenzionale degli adattamenti per il cinema di Dracula, raggiungendo il proprio bilanciamento interno in un punto mediano che si colloca tra il Dracula di Todd Browning (per struttura) e quello di Francis Ford Coppola (per via della continua, forse estenuante, ricerca del kitsch estetico), ma che riesce, clamorosamente, ad agganciarsi alla poetica del suo autore nell’epilogo, riuscendo a fare ciò che forse ci si aspettava dal Frankenstein di Guillermo del Toro: Dracula – L’amore perduto riesce a essere carnale su un piano erotico e al contempo nichilista su quello temporale (la percezione distorta del tempo oggettivo a cui i vampiri sono costretti, e il modo in cui questa rende impossibile per loro una relazione interraziale con un umano), confezionando un prodotto radicalmente identitario.

Questa determinazione autoriale di Besson rende inoltre il film coerente su un piano stilistico. Questo perché la forma cinematografica iper-pacchiana, propria dell’approccio al cinema di genere del francese, tende a distruggere opere dai toni drammatici (o melo-drammatici), vedi il precedente Dogman, sposandosi con convinzione, invece, quando il regista de Il quinto elemento si misura con racconti in dialogo con il trascendentale e l’esoterico.

Nota di merito alle magistrali sequenze d’azione, in particolare quella che apre l’opera, ambientata nel XV secolo, in cui la sopracitata eccentricità formale dell’autore trionfa, proprio come l’armata di Vlad.

In conclusione, al netto di un approccio fin troppo tradizionalista (a tratti stereotipico) alla drammaturgia stokeriana, Luc Besson riesce nuovamente a essere sé stesso, senza che la sua cifra stilistica scavalchi la narrazione. Il risultato (per quanto condizionato da un andamento troppo blando) riesce a risultare appagante, soprattutto in virtù di un finale pseudo-revisionista in cui Mina Harker non viene “liberata dall’incantesimo del demonio”, rimanendo fedele al suo amore per Dracula.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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