Dovremmo smettere di fingere che YouTube non sia una rampa di lancio per giovani autori. Negli ultimi anni, abbiamo avuto modo di ammirare (grazie a distribuzioni internazionali capillari) le opere prime e seconde dei seguenti autori: Danny e Michael Philippou, Kane Parsons, Curry Barker, Mark Fischbach, Jordan Firstman. Il minimo comun denominatore? Hanno tutti iniziato con la piattaforma facente parte del gruppo Alphabet.
Ecco qualche rapido dato legato al rapporto costi-benefici delle opere prime di questi artisti: Talk to Me – Budget: 4,5 milioni. Incasso: 92 milioni; Iron Lung – Budget 4 milioni. Incasso: 50 milioni. Obsession – Budget: 1 milione. Incasso: 75 milioni (and still counting).
Al di là di discorsi, anche retorici, per certi versi, legati ai risultati economici di creativi ricchi di idee e dotati di gran senso pratico (ognuno di questi prodotti è stato realizzato in economia), il cinema di genere degli anni 2020 ha delle certezze, legate alle nuove leve. E Curry Barker, con il suo straordinario Obsession, non rappresenta altro che una nuova conferma, in attesa di recensire anche l’esordio del ventunenne Parsons con Backrooms tra pochi giorni. A essere onesti, potrebbe anche risultare sminuente portare avanti discorsi che includono varie opere, in un articolo dedicato a quello che è, senza se e senza ma, l’esordio alla regia di un horror più folgorante degli ultimi dieci anni. Non si vedeva qualcosa di così sconvolgente, per maturità e formalismo, dai tempi del “dittico” It Follows–Babadook.
Obsession racconta di Bear, un ragazzo nel pieno dei suoi vent’anni che affronta le piccole sfide della quotidianità in maniera scialba, passiva (concetto chiave, anche in termini erotici, nel film di Baker); a incanalare tutte le forme di frustrazione che affliggono il nevrotico personaggio (a tratti più impacciato con le donne del Michele Apicella di Bianca), è Niki, amica d’infanzia di cui è da sempre innamorato. Una sera Bear, riesce a trovare la svolta grazie a un bastoncino magico comprato in una pseudo-gioielleria artigianale. Come in un’episodio-tipo di The Twilight Zone, il bastoncino è in grado di esaudire un desiderio di chi lo spezzerà. Il desiderio, malaugurato, del ragazzo, è quello di far innamorare perdutamente Niki di lui.
Da questo concept figlio della mitologica serie antologica riportata in auge sia da Steven Spielberg che da Jordan Peele nel corso dei decenni, Barker costruisce, partendo da una struttura da home invasion nel secondo atto, una storia di dipendenza e debolezza morale legata alla Gen Z. Lo fa in primis ricordandoci, con grande lucidità analitica, come (e perché) nell’horror contemporaneo non ci sia più l’esigenza di raccontare il presente attraverso dei mostri, prediligendo dei non-mostri (basti pensare alla folle scelta formale adottata da Steven Soderbergh nel suo Presence, “annullando” il corpo del suo poltergeist con una soggettiva di novanta minuti), bipartendo la protagonista femminile del suo film: Niki non subisce un lavaggio del cervello dal “bastoncino woodoo”, al contrario, viene posseduta da uno spirito. In un certo senso, potremmo avanzare l’ipotesi secondo cui la presenza che si impossessa del corpo della ragazza sia frutto della fantasia sentimentale e sessuale della sua controparte maschile. Se il corpo è controllato dal geist, la personalità della “vera” Niki non è stata sovrascritta, è sempre lì, come ci viene mostrato in una scena a letto straziante. Nel caso di Obsession quindi, si appura come il mostro non sia necessario alla messa in scena di un “orrore superiore”, generazionale in questo caso, perché il vero mostro è incarnato dal protagonista maschile. Per quanto Barker cerchi (giustamente, da un punto di vista narrativo) di mostrarci il “suo” Bear come un maschio fragile che viene schiacciato da una fidanzata morbosamente ossessionata da lui, la componente spiritica del film sta lì a ricordarci come la possessione subita da Niki e la forma malata di amore che nutre nei confronti del suo ragazzo è stata modellata a immagine e somiglianza dei sogni del protagonista.
In tal senso Obsession analizza con lucidità la disperazione che affligge (una fetta del)la Gen Z (quella maschile), nella sua incapacità di affrontare in maniera passionale (inteso come “umano”) le interazioni con il genere femminile, riducendo tutto a un nevrotico sistema di calcoli, come se le relazioni fossero delle disequazioni da risolvere. E nel momento in cui la risoluzione del problema appare davanti ai nostri occhi come un ostacolo insormontabile, non c’è di che aver paura, basta prendere la scorciatoia: un incantesimo che violenti e alteri la personalità della partner, rendendola compatibile alla nostra, oltre l’inverosimile. In un mondo in cui i rapporti interpersonali sono sempre più effimeri per loro stessa natura, lo spauracchio ricorrente delle relazioni sentimentali è il concetto di eternità: per tornare a Michele Apicella/Nanni Moretti, “la felicità deve essere assoluta”, altrimenti sarebbe meglio troncare il rapporto sul nascere, per non soffrire dopo.
E a tal proposito, Obsession sfata il mito dell’eternizzazione dei rapporti romantici: l’eternità, per Curry Barker, non è un sogno, ma un incubo. Non per essere autoreferenziali, ma il fuoricampo come espediente compositivo è cruciale nella scelta estetica dell’autore. Nel pratico, l’impalcatura del secondo e del terzo atto, è quella di un home invasion, con Niki che si stabilisce (quasi) abusivamente in casa sua. Ciononostante, la regia di Barker lascia spesso la ragazza fuoricampo, spesso in altre stanze (come il bagno di casa), ma alle volte anche nel medesimo ambiente in cui si trovano Bear e la macchina da presa, come a voler segnalare che quella violazione degli spazi è tanto frutto della “violenza” di un demone irrefrenabile, tanto quanto è stata inconsciamente voluta dall’uomo della coppia (Niki invade casa di Bear, ma al contempo è spesso fuori dal quadro, lasciandogli spazio).
Talento purissimo.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars