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Minions & Monsters – Minionwood Babilonia

Copyright: Universal Pictures

Se mi avessero detto che nella storia del cinema esiste un ponte lungo settant’anni che inizia con Cantando sotto la pioggia e finisce con Minions & Monsters, passando per Babylon, avrei pensato di star attraversando un’estasi mistica. Ma per citare un capolavoro del 1999: “…but It happened“. È proprio successo.

Sempre più spesso negli ultimi anni capita di trovarsi di fronte a forme di cinema molto diverse tra loro che in qualche modo però indicano la stessa direzione: c’è un’idea sempre più museale di un cinema storicamente non troppo lontano da noi: in Beetlejuice Beetlejuice Tim Burton usa il personaggio della compianta Catherine O’Hara per osservare sé stesso dall’esterno e raccontarsi come un oggetto da museo impolverato; in Nouvelle Vague Richard Linklater presenta al pubblico i critici dei Cahiers du Cinema con dei tableau vivant in cui i vari Truffaut, Rivette, Godard, sono inquadrati a mezza figura, mentre guardano in camera, immobili, con tanto di didascalia che recita i loro nomi; in Minions & Monsters, il vero George Lucas è esposto in un museo del cinema hollywoodiano, assieme alle statue di cera di Hitchcock e Orson Welles. Il cinema che guarda al passato (storico, personale, industriale) ha già un’idea claudicante e imbalsamata di sé, tendendo sempre più spesso a dimenticare la fantomatica definizione di “arte giovane”.

Ed è proprio questo il punto di partenza del terzo capitolo (settimo se contiamo l’intero franchise di Cattivissimo me) della saga spin-off dedicata ai Minions, creaturine gialle che girano in salopette, alla costante ricerca degli uomini più cattivi della terra per poter offrire i loro servigi. È interessante notare come anche un brand per piccini come Minions sta evolvendo verso una visione dell’antagonismo cinematografico sempre più incorporea, poche settimane fa parlavamo di come Obsession è solo l’ultimo di tanti casi recenti di horror in cui il mostro è un non-mostro, riconducibile anche a livello morfologico a qualcuno o qualcosa di banalmente umano. Persino i Minions di casa Universal/Illumination arrivano a cercare un padrone malvagio concettuale. Siamo nel 1927 e dopo aver servito il ciclope Polifemo, una mummia, uno stregone e un pirata, i mostriciattoli gialli si ritrovano a Hollywood, diventando star del cinema muto.

Accettando il loro lavoro di intrattenitori, i Minions canonizzano in un certo senso la loro presenza nella storia del cinema, anche in quello delle origini (il prologo del film li ritrae al posto di alcuni corti dei Lumiere e di alcuni esprimenti di pre-cinema): due produttori di Los Angeles, gemelli energumeni che potrebbero far pensare ai fratelli Weinstein, li ingaggiano come star dei loro film muti, rendendoli protagonisti assoluti delle loro opere; come i minions nella nostra realtà, nascono come personaggi secondari, per poi venir messi in primo piano da Hollywood, che ne capta le potenzialità (i quattro capitoli di Cattivissimo me hanno incassato più di 3.5 miliardi, mentre i primi due Minions ne hanno incassati 2). Inevitabilmente però, diventare attori/autori in una delle Hollywood più marce e corrotte di sempre (Hollywood Babilonia), macchina dei sogni alimentata dagli incubi, finisce per corrompere anche James, il più creativo tra i minions, al punto da farlo accecare dalla brama di successo: la creazione di un film girato con dei veri mostri (tra cui un piccolo Chtulu che sembra uscito dai Looney Tunes).

Il problema del bel film di Pierre Coffin tuttavia, è che un film del genere, non dovrebbe piacere a “noi” noiosissimi critici cinematografici, ma ai più piccoli. Non è possibile che un progetto di Illumination faccia sorridere alla (esigua) fetta di cinefili in sala e non ai tanti bambini che amano l’inconfondibile slapstick a tratti delirante dei minions: è un progetto completamente fuori target e il Cinemascore del film (A-) conferma l’errore editoriale (si tratta del peggior risultato di sempre per la saga, ma al contempo quello con la media voto più alta sugli aggregatori) che vuole andare incontro ai gusti creativi di Coffin e soci, e meno a quelli di un pubblico che quest’anno più che mai, brama cinema da popcorn. Purtroppo Minions & Monsters si ricorda di dover intrattenere i più piccoli troppo tardi, a circa mezz’ora dalla fine, tant’è che i primi 60 minuti e gli ultimi 30 del film sembrano due opere diverse, attaccate in maniera piuttosto maldestra.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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