I. In vespa
D’estate a Roma i cinema sono tutti chiusi.
Non è un caso che il film della svolta della carriera di Nanni Moretti si apra con queste parole, dopo una lunga carrellata di immagini che ritraggono il protagonista in vespa per le strade di Roma, accompagnato da Batonga di Angélique Kidjo, artista blues beninese. Caro diario costituisce assieme al successivo Aprile un ponte tra i film con protagonista l’alter-ego morettiano per antonomasia, Michele Apicella (tragicamente deceduto alla fine di Palombella rossa in un incidente d’auto) e i successivi drammi d’autore che segneranno il XXI secolo nella carriera del regista originario del quartiere Prati; a quattro anni dal “funerale” di Michele Apicella e dunque di tutta la prima macro-fase della sua filmografia, Moretti è bloccato, cerca di rimettere insieme i pezzi di un film politico che brama da diverso tempo. Cerca le forze, cerca l’ispirazione, cerca la quiete. Insomma, come da tradizione dei suoi protagonisti, tenta (invano) di sforzarsi a dedicare anima e corpo alla sua professione (“Mi costringerò a studiare e mi legherò alla sedia se necessario”).
Ma, come spesso accade nelle vite di noi italiani, soprattutto in un contesto e artistico e alto-borghese, cerchiamo il punto di svolta, il fantomatico raggio verde di Rohmer, nel mese in cui è impossibile evolvere e far evolvere, nel Belpaese: le settimane calde di agosto. Caro diario riassume perfettamente il senso ultimo della vita ad agosto per chi resta in città. E per quanto oggi sia sempre, bene o male, possibile trovarsi qualcosa da fare in piena estate, nel 1993 le grandi metropoli italiane finivano per desertificarsi con l’arrivo delle prime luci del mese. L’estate è per sua natura una creatura indefinita e imperscrutabile: crediamo di averla capita, tentiamo di sopraffarla, ingannarla, ma alla fine della fiera, ci rendiamo sempre conto, bene o male, di aver frainteso i suoi segnali, colori, odori. E ci ritroviamo puntualmente con un pugno di mosche in mano, con la stagione già in punto di morte, senza aver risolto niente.
Nanni Moretti sceglie di ambientare uno dei suoi lavori più personali (in cui interpreta esplicitamente sé stesso) nelle settimane più solitarie dell’anno, per raccontare di come il territorio venga plagiato dalla volontà di un sistema politico e sociale intero di mettere in stand-by l’intera penisola per trenta giorni. Vaghiamo in vespa, cercando un’ispirazione che non è detto che arrivi, assemblando pensieri frivoli che poi elevare a nobili (“Sarebbe stupendo fare un film soltanto di case”), apice di pretenziosità. Vomitiamo le nostre opinioni in faccia agli altri utenti della strada (“Mi sa che anche in una società migliore mi troverei sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza…”). Continuiamo infine a seguire sempre la stessa ruotine, raccontando a noi stessi di conoscere i nostri limiti e i nostri sogni proibiti, mentre poi continuare a guardare gli altri ballare, senza fare il passo decisivo.
II. Le isole
E poi, arrivano le isole. Perché non c’è niente di più estivo di obbligare un amico a partire per un viaggio di villeggiatura, con la più demenziale delle scuse: cercare quiete e silenzio, per lavorare in santa pace. Da qui, nasce l’Odissea secondo Nanni: lui e l’amico Gerardo (Renato Carpentieri) navigheranno da un’isola delle Eolie all’altra in cerca di concentrazione, l’uno per lavorare al suo film politico, l’altro per studiare l’Ulisse di Joyce, dopo aver già trascorso trent’anni a Lipari da eremita per questa improbabile causa. Vagando tra un’isola e l’altra, Nanni e Gerardo ci raccontano di una delle più classiche attitudini dell’italiano in agosto: trovare una scusa buona per non fare mai niente. Ci sarà sempre un problema più grande, dagli adulti di Salina comandati dai propri figli, al vero eremita ad Alicudi. La ciliegina sulla torta poi, la dipendenza dalle telenovelas di Gerardo, che si invaghisce, come trafitto da Cupido, di Beautiful dopo aver visto appena pochi spezzoni della serie.
III. I medici
Per quanto l’incipit del terzo capitolo sia assolutamente tragico e ancor più incollato alla realtà dei fatti (le chemioterapie affrontate dal regista dopo aver contratto il linfoma di Hodgkin), il terzo episodio riflette su un’altra sfaccettatura della quiescenza dell’Italia ad agosto. Nanni cerca di scoprire cosa gli stia causando un forte prurito lungo tutto il corpo e per farlo è costretto a percorrere una via crucis le cui stazioni sono alcuni studi medici privati e cliniche in giro per la capitale. Chiaramente, come da tradizione millenaria, il sistema sanitario (pubblico o privato che sia) impedisce che al paziente venga riservato un trattamento decoroso, alimentando, nel caso del paranoico protagonista, dubbi sempre più fitti. E in fin dei conti, i continui dialoghi a tratti kafkiani con i medici, fanno sì che il regista Nanni riesca a girare (quantomeno una frazione de…) il suo film sulla politica italiana. Perché, come ammette lui stesso scrivendo l’ultima pagina di diario alla fine del film “I medici sanno parlare ma non sempre sanno ascoltare“, proprio perché in questo paese la facciata, l’affabulazione del consumatore, conta più di ogni altra cosa, più di una malattia.