Nel 2007 la socialità non era mediata dagli schermi nella misura in cui lo è oggi. Ed è dentro questa dimensione di prossimità fisica che Laura Samani ambienta il suo secondo lungometraggio, Un anno di scuola (2025), adattamento dell’omonimo racconto di Giani Stuparich. Presentato all’82ª Mostra di Venezia, il film si sottrae alla banale nostalgia generazionale per raccontare un’adolescenza fatta di corpi, spazi condivisi e sguardi e, per farlo, la regista sceglie un caso limite: Fred, diciottenne svedese, arriva a Trieste per frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico e si ritrova ad essere l’unica ragazza in una classe composta interamente da maschi. La sua doppia estraneità, per nazionalità e per genere, catalizza immediatamente l’attenzione dei compagni: prima ancora di essere una persona da conoscere, è “la svedese”, un’immagine sulla quale i ragazzi proiettano desideri e fantasie. È attraverso questo sguardo che Samani ci fa entrare nella scuola insieme alla protagonista.
Fred, inizialmente, appare. E non è un caso che Samani, durante la scrittura del film, stesse leggendo Ways of Seeing di John Berger, in cui l’autore scrive: “Men act and women appear. Men look at women. Women watch themselves being looked at”. Il film parte proprio da questa asimmetria, ma non per lasciarla intatta. La macchina da presa non abbandona quasi mai Fred e, mentre all’inizio il suo corpo è soprattutto qualcosa che gli altri guardano, poco alla volta diventa il centro attraverso cui guardiamo anche noi. Fred viene schernita, osservata, commentata, ma risponde quasi subito con sarcasmo e sicurezza: quando le dicono che i pantaloni le fanno un bel sedere, lei risponde “È per questo che li metto”.
È una dinamica che ricorda quella di Gli italiani si voltano (1953), episodio diretto da Alberto Lattuada per L’amore in città: le donne che attraversano Milano sanno di essere guardate e, invece di sottrarsi allo sguardo maschile, sembrano giocare con esso. Sono estranee al mondo che attraversano, quasi aliene e minacciose proprio perché moderne e consapevoli di sé. Anche Fred è un corpo estraneo ma, come le donne di Lattuada, impara presto a muoversi dentro quello sguardo.
Si tratta di un processo che Samani costruisce anche attraverso lo spazio. Il film si apre con un piano sequenza che dalla strada ci conduce dentro la scuola, con uno sguardo esterno che osserva Fred e la inserisce in quel mondo. Nel finale il movimento si inverte, ma questa volta è Fred a guidare il nostro sguardo insieme al suo, lasciandosi la scuola alle spalle.
Il modo più evidente in cui la protagonista si rapporta con il male gaze è attraverso l’abbigliamento: Samani parla esplicitamente di “travestimento” nel descrivere il passaggio dalla camicetta a fiori ai pantaloni cargo e ai maglioni oversize: abiti che permettono a Fred di avvicinarsi ad Antero, Pasini e Mitis senza essere continuamente riportata alla sua femminilità. Non nasconde il corpo, ma modifica il modo in cui viene presentato e quindi quello in cui può abitare lo spazio. È così che riesce ad essere accolta “come un maschio” nel gruppo e ad accedere a luoghi che fino a quel momento sembravano appartenere soltanto ai ragazzi.
All’inizio i tre amici appaiono come una piccola banda di bulli, una comunità maschile immatura e in preda alla tempesta ormonale dell’adolescenza; ma, con il progressivo avvicinamento di Fred, il film si prende il tempo di mostrarcene le fragilità: sono gelosi, insicuri, innamorati, vulnerabili. Samani non ha interesse a trasformarli nei cattivi della storia. Al contrario, il suo sguardo li rende progressivamente più complessi, fino a farli diventare amici prima ancora che possibili interessi romantici.
Una delle immagini più semplici e al contempo esplicative del film è lo scambio dello spazzolino tra Fred e uno dei ragazzi: un oggetto personale che passa da un corpo all’altro senza che nessuno senta il bisogno di trasformare quel gesto in qualcosa di erotico. È un’intimità quasi infantile, fraterna, ancora precedente alla necessità di stabilire chi desidera chi. Per qualche tempo il gruppo riesce a stare proprio lì, in una zona in cui i corpi vengono prima dei sessi.
Ma Un anno di scuola non è ingenuo al punto da credere che questa sospensione possa durare. Fred porta con sé un desiderio che modifica inevitabilmente gli equilibri, che destabilizza gli altri e sé stessa: vuole essere amata, vuole appartenere a quel gruppo, ma non essere la causa della sua rottura. I personaggi non si dimostrano sempre all’altezza di ciò che vorrebbero essere, e il film non pretende che lo siano: non li giudica, non li idealizza e non li colpevolizza, ma li lascia sbagliare, desiderare, ridere e ferirsi. Ed è qui che sta la forza più grande di Un anno di scuola: nella sua capacità di rendere ogni rapporto concreto, imperfetto e credibile. Fred non è soltanto la ragazza che entra in un gruppo di maschi, così come Antero, Pasini e Mitis non sono semplicemente i ragazzi che la osservano e la desiderano. Ciascuno porta con sé fragilità e contraddizioni che il film lascia emergere e guarda con rispetto.
I legami tra i personaggi si formano, si complicano e cambiano, lasciando che Fred possa affezionarsi profondamente a qualcuno senza che questo diventi la destinazione obbligata del suo percorso. Ciò che rende Un anno di scuola un film così raro nel nostro panorama è la capacità di sottrarsi alla retorica. Samani non cerca il colpo di scena né la tesi morale, ma ci restituisce qualcosa di molto più difficile: la verità di un momento di passaggio, filmata con un rispetto e una pudica attenzione per i suoi personaggi che rimangono addosso a lungo. Ed è questo sguardo, insieme delicato, rigoroso e mai paternalista, a fare del film uno dei ritratti di formazione più autentici e riusciti degli ultimi anni.