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Hokum – Un impianto forzatamente claustrofobico mette in ombra i traumi di uno scrittore tormentato

Copyright: Lucky Red

Quella di Damian McCarthy, regista e sceneggiatore irlandese, è una filmografia che ha attirato l’attenzione della critica specializzata in materia di horror. Già autore di Oddity (2024), questa volta si è cimentato con un progetto decisamente più ambizioso, a partire dalla partnership distributiva con il colosso del cinema a piccolo e medio budget Neon e dalla presenza nel cast di Adam Scott (Scissione, Big Little Lies).

Hokum (fesseria, fandonia in inglese) è un horror soprannaturale ambientato in un hotel dell’Irlanda rurale, sperduto tra i boschi, che ospiterà per un breve periodo uno scrittore depresso (Ohm), con tendenze suicide e problemi di alcolismo, in missione per spargere le ceneri dei genitori defunti. L’operazione del film è innanzitutto interessante da un punto di vista produttivo: trattasi di un progetto da Film Commission in senso stretto, in cui il paesaggio irlandese diventa protagonsita assoluto, con la chiara intenzione di promuovere le meraviglie naturalistiche del paese, come vediamo sempre più spesso in operazioni di finanziamenti per cinema d’autore (un esempio eclatante è il Fjord di Cristian Mungiu, fresco vincitore del Festival di Cannes). Oltretutto, la grande ambizione del film di McCarthy passa anche per il tentativo – alquanto maldestro – di inscenare un film di genere adornato di elementi e figure potenzialmente iconici. Basti pensare alle statuette di cera artigianali che tornano a più riprese, o al “mostro” dalle fattezze animalesche che rievoca l’infanzia del protagonista. Per non parlare poi della messa in scena di questo hotel degli orrori sui generis, protagonista umorale della storia. Se da un lato l’impianto drammaturgico di Hokum sembra anche convincente, grazie a un paio di intuizioni, dall’altro è controbilanciato da una messa in scena povera di idee, che si rifugia più e più volte in espedienti scenici propri di altri media, come videogame di stampo survivor-horror e VLOG di YouTube. Per non parlare poi di un’esperienza cinematografica che catapulta Scott (e con lui gli spettatori) in una casa dei fantasmi (ben arredata) che si confà a un Luna Park, più che a una sala cinematografica.

Tanto per capirci, il cuore del racconto vede il protagonista intrappolato ai piani inferiori della struttura, vittima del sortilegio di una strega, Cailleach (una fattucchiera protagonista di alcuni racconti popolari celtici). Il soggiorno (metaforico e non) di Ohm nella suite matrimoniale sotterranea, finisce per venir raccontato dal regista attraverso delle dinamiche da parco giochi, in cui sembra quasi che lo scrittore sia costretto a muoversi soltanto in una direzione possibile, in spazi sempre più chiusi e claustrofobici, in attesa che qualche presenza si palesi da un momento all’altro per far saltare tutti dalle sedie. Vuoi anche per l’arredamento delle stanze e per la presenza di poche luci soffuse, strategicamente collocate, l’esperienza vissuta dal protagonista dissimula le dinamiche di un percorso prestabilito, in cui la libertà di movimento è relativa e la percezione del pericolo è tutto sommato nulla. E a questa messa in scena da parco a tema (definizione che potremmo provocatoriamente collegare alla ormai storica etichetta che Scorsese affibbiò ai film del MCU), McCarthy decide di aggiungere alcune dinamiche da videogame. Come in un survivor-horror che si rispetti, il protagonista sa di avere come arma a suo favore contro le presenze paranormali alcune regole (su tutte il cerchio col gesso per confinare gli spiriti all’esterno), che usa continuamente per semplificarsi la vita e passare dal punto A al punto B (da un checkpoint all’altro) senza grossi intoppi .

In una visione prettamente industriale della Settima Arte, possiamo affermare che c’è poca coesione tra i reparti, con una regia al servizio di un’idea, francamente becera, di immedesimazione nel contesto orrorifico. Dall’altro però, quantomeno a parole e meno nei fatti, la struttura del racconto include delle intuizioni coinvolgenti e per nulla banali. In assoluto, la scelta di impostare il primo atto della storia come quello di un folk horror, salvo poi ribaltare ogni aspettativa con un secondo atto che parte come un poliziesco (vuoi anche per via del divertente a omaggio a Twin Peaks, con il personaggio del junkie che vive tra i boschi vicino all’albergo, che si chiama Jerry, proprio come il Jerry Horne della serie di David Lynch e Mark Frost), salvo poi sfociare in qualcosa di più convenzionalmente paranormale.

Restando sull’aspetto produttivo di Hokum, l’operazione di valorizzazione del territorio e della cultura nazionale, resta ambiziosa (e per certi versi, necessaria, in un decennio della storia del cinema in cui le cinematografie europee hanno bisogno di esperimenti di questo genere), ma forse, la creatura folkloristica scelta da Damian McCarthy, la strega di cui sopra, avrebbe avuto bisogno di una presenza maggiore nelle dinamiche dell’intrigo, che spesso e volentieri si perde in discorsi retorici e ridondanti sul dualismo tra uomini (mostri) e demoni (mostri). La verità, è che Hokum dimentica di portare avanti la premessa su cui si regge tutto il film: all’inizio del film Jerry spiega a Ohm che le presenze spiritiche sono reali, ma che risultano invisibili per colpa di chi (come il protagonista) è scettico. Ecco, gli incontri spiritici di Ohm non lo portano mai a far evolvere il suo scetticismo, portandolo a credere in qualcosa di più alto, di inspiegabile e onnipotente. Al contrario il film si limita a mettere visioni e presenze paranormali sulla sua strada, costringendolo a guardare qualcosa di oggettivo, che quindi non si deve più ricondurre al suo scetticismo.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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