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Disclosure Day: lunga vita al Re del Cinema

Copyright: Universal Pictures

L’articolo contiene spoiler.

Il film inizia con un suono che, di norma, si onomatopeizza in “STOMP“. Un pestone. Un wrestler sta prendendo a calci la testa del suo opponente steso sul ring. L’inquadratura è una soggettiva. Sta calpestando il pubblico in sala, con la ripresa che sembra quasi dissimulare una body-cam. E in effetti, il gancio con le telecamere installate sulle uniformi dei poliziotti “in difesa dei cittadini statunitensi”, non è affatto sconnesso, anzi. Le body-cam sono dispositivi di ripresa audio e video la cui funzione è quella di aiutare a determinare la verità attraverso le immagini, proprio come in Minority Report.

Il film finisce con una parola: “Ascoltate“, pronunciata dal personaggio di Emily Blunt, mentre è seduta dietro alla scrivania di un telegiornale in mondovisione. Una battuta che arriva in seguito alla riproduzione di uno dei giochi più amati dai bambini, il telefono senza fili. Proprio come in ogni film di Steven Spielberg che si rispetti, il gioco viene applicato, sottratto, cancellato, ingigantito, legittimato e decostruito di continuo.

Disclosure Day chiude due discorsi differenti (ma complementari) all’interno della filmografia del regista. In primis, conclude una sorta di ideale Trilogia del (nostro) Tempo, iniziata da Ready Player One e proseguita da West Side Story. Considerando Disclosure Day come terzo appuntamento della trilogia ideale, le similitudini saltano all’occhio, essendo tre documenti con cui Spielberg cerca di costruire, riempire e infine sigillare una sorta di scatola del tempo, attraverso cui esorcizzare alcune delle più grandi (e gravi) ipocrisie della nostra contemporaneità: in primis, l’abbandono della realtà, la vittoria del digitale sull’organico, il melting pot di Pop Culture anni ’80 /’90 di Ready Player One; la (nuova) morte del sogno americano (nelle sue accezioni di accoglienza e redenzione comunitaria) con West Side Story e infine il punto di non ritorno dell’ormai (mezzo)Secolo della Post-Verità con Disclosure Day. Il secondo ciclo tematico che il regista chiude (forse) con DD è quello legato a corpi alieni, famiglie, incomunicabilità: una tetralogia tematica lunga mezzo secolo di cinema: Incontri ravvicinati del terzo tipo, A.I. – Intelligenza Artificiale, The Fabelmans, Disclosure Day. Tutti film in cui il rapporto con l’alieno sta lì ad amplificare un malumore profondamente umano, come quello del lutto provocato dall’abbandono di una figura genitoriale. Se nei primi due casi il discorso è chiaro e per certi versi lapalissiano, nei due film più recenti del ciclo il discorso si fa più eclettico, raffinato: l’alieno che ci apre gli occhi in The Fabelmans è il cinema. Il film, quindi la vita di Sammy, inizia con il primo incontro con la sala cinematografica e da lì in avanti le immagini diventeranno l’unico modo che ha per raccontarsi al prossimo; in Disclosure Day invece, la perdita è rappresentata da due figure: l’Ego e il Padre(eterno) che ci ha abbandonato, perché quello del trentacinquesimo film di Spielberg è un mondo che ha dimenticato Dio. L’umanità è sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, in seguito a un picco di tensione geopolitica tra le principali superpotenze e le due Coree; la popolazione si precipita in strada a fare rifornimento di carburante, svaligiando le stazioni di servizio; tutti nel film di Spielberg sembrano affrontare l’imminente fine del mondo con rassegnazione, ma non con disperazione, dissimilmente a La guerra dei mondi del 2005.

In questo mondo osceno e senza futuro, la vera guerra viene combattuta da due costole di una intelligence privata al soldo del Ministero della Difesa statunitense: si combatte per impossessarsi della verità, centinaia di documenti secretati che provano l’esistenza di forme di vita aliene, insabbiate dal Governo da oltre ottant’anni. Ed è attraverso questi footage che Spielberg torna a manipolare la Storia Americana, citando quasi sé stesso, in una scena che ritrae Richard Nixon scoprire alcuni cadaveri alieni in una base militare. Questo perché nella grande riscrittura della Storia a stelle e strisce portata avanti dal regista attraverso quarant’anni di carriera (da Il colore viola in avanti), lo Scandalo Watergate rappresenta l’origine di ogni crisi di identità per i cittadini: la verità diventa prima incredibile, poi sempre più demodée. Ed è proprio questo il punto di partenza di Disclosure Day: una lunga disamina sul nostro rapporto con concetti di realtà e verità. Perché in questa accezione, rivelare al mondo ottant’anni di menzogne governative cucirebbe i punti di sutura all’immensa ferita ideologica e morale del Watergate, del suicidio militare in Vietnam, della Politica del Terrore, degli Epstein Files.

Viene ribadito un concetto chiave in un superlativo dialogo tra i personaggi di Colin Firth e Colman Domingo: “È un modo solitario di vedere il mondo il tuo; ci sta portando all’estinzione“; “La verità cambierà l’ordine del mondo“. Tornando al concetto di assenza, oltre al Padreterno, chi viene riportato alla luce dalla presenza aliena è l’Ego. I protagonisti, interpretati da Blunt e Josh O’Connor, sono stati rapiti dagli alieni da bambini, che hanno impiantato dei doni in loro: O’Connor è in grado di comprendere il linguaggio delle creature attraverso la matematica, mentre Blunt quello degli uomini: diventa un’incantatrice, in grado di leggere le vite delle persone, scivolargli dentro, semplicemente con uno sguardo. L’unione di queste due capacità crea il ponte tra degli uomini senza fede e una nuova realtà. L’assenza di un Ego nel personaggio della Blunt, che può essere chiunque e nessuno, viene rivelata proprio attraverso il punto focale dell’intero thriller di Disclosure Day: una messa in scena.

Quando durante il climax del film i due protagonisti rivedono la propria infanzia davanti ai propri occhi, stanno assistendo a una proiezione privata. Per tutto l’arco del racconto seguiamo il personaggio di Colman Domingo costruire pezzo dopo pezzo, partendo dalle fondamenta, un set dentro il capannone di uno studio. In un certo senso, la scena-nel-film cresce assieme al film stesso. Il regista Domingo prepara la scena, per poi affidare il controllo di quest’ultima ai due attori protagonisti, che accedono a un frammento della propria memoria (quella legata alla notte del rapimento alieno) attraverso il cinema. Si annulla il vuoto di memoria, il vuoto di comunicazione, attraverso la creazione di un sistema di comunicazione (Incontri ravvicinati, A.I., The Fablemans… Disclosure Day).

Infine, l’immenso Disclosure Day rende nuovamente Spielberg un giocattolaio dalla parte dei sognatori, attraverso una battuta, sempre del personaggio di Domingo (“Hai infantilizzato chi cercava di capire cosa stava vedendo”) e grazie all’epilogo: l’intera costruzione del film, che è per più di metà un lungo inseguimento, una caccia all’uomo: Daniel Kellner (O’Connor) possiede la verità, dobbiamo seguirlo e trovarlo, a qualunque costo, perché il ritorno di una verità assoluta diventa inevitabilmente una bussola per l’umanità; la conclusione della corsa, coincide con la rivelazione (disclosure); la rivelazione a sua volta, coincide con la legittimazione di chi sogna, di chi crede nell’impossibile, di chi continua a emozionarsi per dei bambini in bicicletta che prendono il volo scappando da un esercito di agenti governativi; di chi continua a guardare in alto e credere in qualcosa di indefinito; di chi continua a credere nel cinema, che è al contempo finito, indefinito e infinito.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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