Dark Mode Light Mode

Backrooms: il found-footage è tornato (se n’era mai andato?)

Copyright: I Wonder Pictures

Il ventunenne Kane Parson ha esordito alla regia con una trasposizione cinematografica della sua webserie omonima, uscita ai tempi della pandemia da Covid-19, totalizzando quasi duecento milioni di visualizzazioni. Il successo del progetto amatoriale (un insieme di riprese in stile found-footage), ha fatto si che A24 garantisse al giovane regista un budget di 10 milioni di dollari, oltre alla presenza di due star come Renate Reinsve e Chiwetel Ejifor, per permettergli di portare sul grande schermo la sua storia. Scritto da Will Soodik, Backrooms ci ricorda che l’incubo di Sentimental Value non è ancora finito (e mai finirà): perché alla fine, il primo film di Kane Parsons, lo ricorda nell’approccio (vuoi anche per la comune presenza della Reinsve nei panni della protagonista). Se il film di Joachim Trier è un enorme Bergman/Allen for dummies, quello di Parsosns altro non è che un metaph-horror for dummies, in cui le suggestive scenografie delle backrooms diventano una messa in scena allegorica dell’inconscio delle persone che le visitano (wow!).

Ambientato nel 1990, racconta del rapporto tra il proprietario di un grande magazzino (Ejifor) e la sua psicologa (Reinsve), con il primo dei due in cerca di risposte, sul perché sua moglie lo abbia cacciato di casa, in particolare. Alle prese con la svendita del suo magazzino per la cessata attività, l’uomo scoprirà che oltre le pareti del suo negozio, si nasconde una dimensione invisibile: interminabili stanze, simili a quelle di un classico ufficio americano, tutte verniciate di un giallo canarino spento, arredate con oggetti di tutti i giorni, disposti in maniera disarmonica: cumuli di sedie impilate l’una sull’altra, alberi di natale nel bel mezzo del nulla; pile di panni sporchi e cartonati a grandezza naturale di uomini. Le backrooms del film, questo è molto affascinante, sembrano il frutto del tentativo di un alieno di replicare la vita umana. Il risultato è apparentemente credibile, ma quando ci si avvicina, tutti gli errori raffigurativi vengono a galla, i dettagli fanno la differenza. E il modus operandi della splendida messa in scena di Parsons è in effetti questa, per buona parte del film. Ci si rende conto, esplorazione dopo esplorazione, che le stanze funzionano proprio come una fotocopiatrice con l’inchiostro scarico: copiano tutto ciò che si approccia a loro, riproducendolo in maniera (parzialmente) distorta.

Il grande pregio della regia di Parsons, sta nella sorprendente consapevolezza dietro il suo impianto formale. Le due sequenze found-footage, in cui due esploratori in due momenti diversi, girano per le stanze gialle, ignari del fatto di essere osservati. Nel primo caso, l’esploratore cerca una via di fuga disperata, nel secondo, i turisti per caso, cercano di avanzare verso nuove aree del labirinto. Se da un lato questo approccio potrebbe far pensare a decine di video che circolano online di ragazze e ragazzi che esplorano grotte, catacombe, boschi, edifici abbandonati, dall’altro bisogna spezzare una lancia in favore delle intenzioni dell’autore, che prova ad accodarsi a Soderbergh e Zemeckis in una riflessione sulla casa, sul perturbante freudiano e sulla spettatorialità, attraverso la soggettiva di chi regge la camera nei video found-footage: il suo è fondamentalmente un film sulla fobia che affligge ogni regista: perdere il controllo sullo spazio. Senza poterci fare niente, le backrooms cambiano forma, geografia, mentre siamo impegnati a guardare dall’altra parte. Si potrebbe anche sostenere che le stanze gialle modificano le propria struttura nella frazione di secondo in cui sbattiamo le palpebre. E come ogni creativo (ma forse come ogni umano), girando i grandi magazzini di Kane Parsons viviamo nel terrore di perdere il controllo. Concetti interessantissimi, per l’opera prima di un teenager appena maggiorenne, tuttavia, è nel terzo atto del film che certe finezze formali e metatestuali svaniscono, lasciando spazio alla naturale immaturità di un giovane regista.

Backrooms diventa scherzosamente Sentimental Backrooms nel momento in cui il personaggio della Reinsve si avvicina al “mondo nascosto” della sua controparte maschile. È lì che, per nessun motivo logico, l’intero mondo di gioco assume i connotati di un’immensa clinica psichiatrica, con le “creature” (e che creature) presenti nelle backrooms che diventano allegorie in carne e ossa del malessere di chi vi si approccia. Fondamentalmente, il senso, supercazzolosissimo, dell’opera è che tutto è una grande metafora della psiche deviata di un uomo mediocre lasciato dalla moglie. Se Sentimental Value era un Bergman for dummies, Sentimental Backrooms è un Soderbergh for dummies. E la ciliegina sulla torta? Che film A24 sarebbe senza l’apparizione di un mostrone nell’ultima scena del film? Ormai sembra una barzelletta questa questione dell’elemento weird che c’è sempre e non può non esserci!

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

Post precedente

Cannes 79 - Volo notturno per Los Angeles: il tenero esordio alla regia di John Travolta