È indubbio che ci fosse grande attesa per il ritorno di Joachim Trier e Renate Reinsve, dopo il successo de La persona peggiore del mondo nel 2021. Se a ciò si aggiunge la presenza nel cast di questo nuovo film, l’ennesimo dramma borghese, anche di Elle Fanning e Stellan Skarsgård, è ancor più evidente quanto le aspettative fossero alte. Eppure, poiché non è mai particolarmente virtuoso affidare l’attività critica a ciò che si desidera o si spera, si ritiene opportuno non considerare più del dovuto tali aspettative (che, comunque, inevitabilmente esistono e, per la cronaca, sono state deluse).
Sentimental Value è l’ennesima (ripetizione voluta e compiutamente affine all’esito del film) storia di una famiglia a pezzi, con un padre-regista assente (Skarsgård) che ritorna a fare visita alle due figlie in occasione della morte della madre, nonché sua ex-moglie, e per proporre a una di queste, Nora (Reinsve), attrice teatrale di successo, di interpretare la protagonista del suo nuovo film. Da qui si avvia una serie di quadretti famigliari in interni (ovviamente sempre meticolosamente illuminati da una fotografia eccessivamente raffinata, ma indubbiamente piacevole), tra accesi confronti – seppur nel solito stile sobrio e pazientemente insinuante che pertiene ai norvegesi – e mesti e misteriosi silenzi (troppo incessantemente rincorsi da Trier, in modo da farli apparire più criptici di quanto siano realmente).
Per ricucire un rapporto così incrinato (o sarebbe meglio dire “crepato” per citare la sempliciotta metafora visiva che fa da sfondo al titolo del film) come quello tra Gustav Borg, autore d’essai costretto – davvero poco originalmente – a scendere a patti con Netflix (pertugio narrativo utile solo a giustificare qualche battutina in fondo talmente prevedibile da risultare innocua e un po’ fuori tempo massimo), e Nora (riferimento alquanto confuso e ambiguo all’omonima e celebre protagonista di Casa di bambola del drammaturgo norvegese Ibsen) è necessario immergerlo nel binomio Arte-Vita.
Invero, è proprio ciò che Borg tenta di fare attraverso il suo film, consapevole che solo l’arte, in questo caso il cinema (secondo lui superiore al teatro, habitat naturale della figlia), può ricostruire una relazione persa nel tempo. Per farlo, tuttavia, occorre che i due interpreti della messinscena sentimentale della riconciliazione possano osservarsi e studiarsi dall’esterno: il padre diventa regista e la figlia, rifiutando il ruolo di attrice, viene sostituita da una sua “controfigura”. Dunque, ecco arrivare Rachel Kemp (Elle Fanning), giovane attrice americana di successo che accetta il ruolo rifiutato da Nora nel film del padre. Kemp è uno dei personaggi più interessanti di Sentimental Value, anche per merito della performance sorprendente di Fanning: quasi un ricordo sbiadito della letteraria Rosemary di Tenera è la notte di Fitzgerald, la ragazza si dimostra a tratti cautamente disinibita e vagamente bohémien quando si relaziona con gli altri, poi fragile e delicata quando si perde nei meandri delle sue emozioni. Come doppio simulacrale e transfert di Nora, Rachel è accompagnata da Agnes, sorella maggiore della star teatrale: la bravissima e tenera Inga Ibsdotter Lilleaas interpreta la figlia razionale, psicologicamente più sana e in generale con più controllo sulle cose della vita di tutti i giorni. Agnes, infatti, ha un buon rapporto con Gustav, nonostante alcuni non detti custoditi e celati ancora da qualche lacrima.
Questo complesso triangolo isoscele emotivo tra Agnes, Nora e loro padre (evidentemente situato al vertice) si sviluppa all’interno del set per eccellenza del dramma borghese: la casa. Nella pellicola di Trier la dimora della famiglia Borg viene raccontata dettagliatamente (anche attraverso qualche flashback un po’ fuori luogo e sinceramente evitabile considerando la durata del film), diventando un personaggio a tutti gli effetti; peccato che l’onesto candore con cui il regista norvegese la esplori in ogni suo anfratto spaziale, temporale ed emotivo non sia sufficiente a impedire allo spettatore di tornare con il pensiero ad almeno un paio di opere decisamente più rilevanti e riuscite sotto questo aspetto, come Io sono ancora qui di Walter Salles e soprattutto lo straordinario Here di Robert Zemeckis (solo per sorvolare territori cronologicamente a noi più vicini e senza dover scomodare la maggior parte del corpus bergmaniano, a cui Sentimental Value attinge tacitamente).
Pertanto, sebbene la nuova opera di Trier non brilli certamente per originalità (che, in verità, è solamente una delle tante categorie estetiche disponibili e in fin dei conti mai davvero particolarmente decisiva), può comunque essere apprezzata: infatti, lo stile piano (eccessivamente da risultare piatto?), talvolta inframmezzato da qualche soluzione visiva spiazzante negli intenti e un po’ goffa e ridondante negli esiti, ma agguerritamente dolce e toccante, potrebbe in più di un’occasione commuovere qualche spettatore. Allo stesso modo, i piccoli ritagli di commedia inseriti qua e là possono strappare qualche sorriso.
Tuttavia, a convincere pienamente sono le notevoli interpretazioni del cast. Di Elle Fanning e della sua luminosità notturna si è già detto, così come della matura sensibilità di Inga Ibsdotter Lilleaas; a ciò bisogna aggiungere l’incessante concentrazione scenica di Renate Reinsve, un’autentica fuoriclasse in grado di comunicare le emozioni e le sensazioni del suo personaggio soltanto con uno sguardo o un sussurro, come se Nora cambiasse età a seconda del suo stato d’animo e dei suoi viaggi, per noi solo intuibili, nei ricordi. Infine, lo scostante e inafferrabile Gustav Borg di Stellan Skarsgård, a volte brillantemente imperscrutabile, a tratti fragilmente senescente.
In definitiva, un film comunque gradevole, composto e mai tedioso, eppure lontano dal realizzare le sue grandi (forse tracotanti?) ambizioni di raffinato e profondo affresco sui rapporti famigliari e sulla relazione dialettica tra Arte e Vita (con il cinema inteso come specchio taumaturgico utile a elaborare i traumi della realtà), come testimonia la scena abbastanza puerile e semplicistica che chiude la pellicola, anch’essa superata da un’opera tematicamente affine come il recente Jay Kelly di Noah Baumbach.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars