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Cannes 79 – The Samurai and the Prisoner: le quattro stagioni di Kiyoshi Kurosawa

Copyright: Kokurojo Film Partners

Noto soprattutto per i suoi eccezionali horror e thriller psicologici, il grande regista giapponese Kiyoshi Kurosawa ha finalmente esordito alla regia di un lungometraggio di samurai; un jidai-geki a tutti gli effetti ma, come ci si poteva aspettare, ricco di elementi narrativi, formali e iconografici propri del genere thriller.

Presentato nella sezione Cannes Premiere della massima kermesse cinematografica francese, The Samurai and the Prisoner (Kokurojo) narra, suddiviso in quattro capitoli corrispondenti alle stagioni partendo dall’inverno, la storia di un lord del Giappone feudale rinchiuso nel suo castello, poiché assediato dal suo rivale a cui si è ribellato. Durante questo periodo di reclusione, nel feudo avvengono misteriosi omicidi che faranno cadere la corte in un’atmosfera di sospetto e paura e imporranno la domanda circa la loro vera natura: umana o divina?
Quasi una bizzarra crasi tra Detective Conan e Il nome della rosa, Kokurojo è a tutti gli effetti un altro thriller psicologico firmato da Kurosawa. Muovendosi abilmente tra il reame della fiaba e quello del dramma storico, il film si ammira per la notevole cura formale: tra sinuosi longtake esaltati dal montaggio interno e alcuni catartici campi medi, il maestro nipponico riesce anche a dare spazio ai dettagli oggettuali della messinscena, trovando per alcuni elementi (la katana, l’urna del tè) una sintesi iconografica che li eleva al livello dell’epica.

In The Samurai and the Prisoner non manca neppure il colpo di scena finale e, ovviamente, non si può che rimanere estasiati dai suggestivi campi larghi che affrescano lo schermo con la loro bellezza (merito della incantevole fotografia di Sasaki Yasuyuki). Insomma, un film che tra i gorghi psicologici di Shakespeare e l’epica di Akira Kurosawa e Masaki Kobayashi è solo limitato dalla sua lunga ed estenuante durata, nonché da una tendenza alla prolissità e a un’eccessiva verbosità. Considerando, poi, che la pellicola è comunque piuttosto statica per la sua inestricabile natura teatrale – tanto da rendere possibile definire Kokurojo un “film seduto” –, il tedio potrebbe sopraggiungere a più riprese.
Nonostante ciò, Kiyoshi Kurosawa conferma – come se ce ne fosse ancora bisogno – di essere un maestro dell’estetica e di riuscire a instillare la sua visione e il suo stile anche in un genere frequentato per la prima volta.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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