Orsoloya (Eszter Tompa) è un’ufficiale addetta agli sfratti e quando intima a un senzatetto di abbandonare il seminterrato in cui si era rifugiato, ecco che accade la catastrofe: l’uomo si toglie la vita, facendo precipitare la donna in un caos di sensi di colpa e di bizzarri incontri casuali eventualmente riparatori.
Quella appena illustrata è la trama del nuovo film scritto e diretto da Radu Jude, sebbene possa sembrare perfettamente ascrivibile a una delle storie neorealiste di Cesare Zavattini. In effetti, gli stilemi del cinema italiano della seconda metà degli anni Quaranta ci sono tutti: un problema individuale che presto deraglia sull’emisfero universale (lo sfratto, il senso di colpa, la speculazione edilizia, il nazionalismo e il razzismo in Romania nei confronti degli ungheresi – e subito poi dalla protagonista a causa delle proprie origini), la narrazione che si sviluppa attraverso tappe di natura episodica e, in ultima istanza, un finale aperto (e molto cinefilo, dato che cita espressamente la conclusione de L’eclisse di Michelangelo Antonioni).
Radu Jude installa su questo schema la propria poetica, intessendo un’opera che, sebbene risulti più composita e meno anticonformista di altre (Sesso sfortunato o follie porno, Do Not Expect Too Much From The End Of The World, Dracula), riesce sorprendentemente a risuonare nella mente e nel cuore dello spettatore. Proseguendo sulla linea tematica relativa allo scriteriato sfruttamento capitalistico dell’identità nazionale rumena, a cui si aggiunge il solito e sardonico attacco verso una borghesia imbolsita ed egoista, Jude sceglie di allargare il proprio sguardo e di utilizzare la città rumena di Cluj come un campo di negoziazione di istanze storiche e culturali tra di loro avverse; uno scenario che, in realtà, si può riscontrare in tutto il continente europeo.
Durante tutta la narrazione, infatti, a Orsoloya verranno ricordate le proprie origini ungheresi da parte di tutti gli individui che incontrerà e che tenteranno di fornirle una chiave di lettura per scongiurare i propri sensi di colpa. Come accade spesso nella filmografia del regista, ogni personaggio che si interfaccia con quello protagonista porta in dote una caratteristica che lo incasella e ne fa il portavoce di un tipo umano, e quindi di una forma mentis, ben preciso. Dal marito alla migliore amica, da un sacerdote a un giovane spiantato con cui Orsoloya trascorrerà una notte d’amore, tutti consentono all’ottima sceneggiatura di Jude di affrescare una Romania (e, forse, l’intera Europa) in balia di un individualismo e un’apatia nocivi per la collettività.
Sullo sfondo di questo catalogo umano, il regista rumeno sottolinea la paradossalità del contesto ambientale e urbano. Come già chiariva brillantemente nel suo Dracula, Jude intende la Romania contemporanea come un crogiolo di immagini artificiali e di plastica, il cui significato è svanito nel marasma capitalistico occidentale ed è stato soppiantato da insegne, copertine e slogan senza alcun peso semantico.
La conseguenza è che in uno spazio del genere possono proliferare luoghi tendenti al parossismo e che Jude si diverte a creare o a descrivere con la consueta ironia che lo contraddistingue e che l’ha, giustamente, portato al successo nel circuito d’essai. Da questo punto di vista, si staglia senza dubbio la scena in cui Orsoloya, ripresa di profilo e in primo piano, si ritrova a recitare un Pater noster appoggiata a un albero, mentre sullo sfondo un dinosauro meccanico continua la sua performance per gli ipotetici avventori del parco di divertimenti (apparentemente abbandonato) in cui è collocato.
Insomma, ancora una volta Radu Jude dimostra la propria intelligenza artistica, ben illuminata dal suo stile asciutto e riflessivo (i numerosi longtake a macchina fissa) e con Kontinental ’25 consegna al suo pubblico un altro film di grande respiro politico e satirico.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars