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“Euphoria” condannata dal tracotante autorialismo di Sam Levinson

“Euphoria” condannata dal tracotante autorialismo di Sam Levinson

Copyright: HBO Max Italia

Doveva essere la terza e ultima stagione di una delle serie più amate e controverse degli ultimi anni, Euphoria, e invece, a tratti, è diventata la seconda stagione apocrifa di uno dei serial più fallimentari di HBO, The Idol. L’elemento in comune tra questi due show? La firma dello showrunner e regista Sam Levinson, il cui tracotante personalismo creativo ha condannato all’abisso del caos entrambi i prodotti.

Gli ultimi otto episodi della serie che avuto l’onore di lanciare star del calibro di Zendaya, Sydney Sweeney e Jacob Elordi sono giunti su HBO Max con non poche questioni da risolvere: in primis, le aspettative elevate di un fandom in spasmodica attesa da ben quattro anni; in secondo luogo, la bega produttiva e creativa della prematura scomparsa dell’attore Angus Cloud, impegnato durante le prime due stagioni nel ruolo di Fezco. La fame di grandeur autoriale di Levinson è riuscita, sorprendentemente, a disattendere le prime e a mal gestire la seconda.
Nella prima parte della stagione, già inaugurata da un incipit bislaccamente monumentale dal punto di vista estetico e ridondante da quello metaforico (l’automobile di Rue perfettamente incastrata sulla sommità di un grande muro al confine con il Messico – la serie è ambientata durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2024), le nuove vite degli adolescenti delle prime due stagioni ruotano intorno al lusso e all’entertainment business, descritto da Levinson con una spirito satirico talmente becero da far pensare al peggior capitolo (scegliete voi quale) della saga videoludica di Grand Theft Auto. I continui ed estenuanti riferimenti al marciume apertamente dichiarato dallo showbiz americano non possono che ricordare la prima (e unica, considerando la subitanea cancellazione dello show) stagione di The Idol. Che il grande demiurgo Sam Levinson abbia voluto vendicarsi (con chi poi, dato che Euphoria è comunque targata HBO?) trasformando la terza stagione di Euphoria nella seconda e mai realizzata stagione di The Idol? Le cose, purtroppo, non sono così semplici.

Procedendo con gli episodi del nuovo blocco, si nota non solo l’assenza dell’estetica dirompente – tutta neon, glitter e synth – che ha portato al successo la serie, ma si scorge prima soffusamente e poi sempre più esplicitamente lo scivolamento (o, meglio ancora, lo scollamento) dal reame del teen drama a quello del western contemporaneo, opportunamente ibridato con topoi del gangster movie. Tuttavia, per realizzare un western non bastano un paio di cowboy (guidati dal villain Alamo, interpretato ottimamente da Adewale Akinnuoye-Agbaje) e qualche bel campo lungo del deserto; per farlo occorre uno sguardo di cui Levinson è sprovvisto.

A partire da una sceneggiatura farraginosa ed estremamente confusa, in cui le vite da adulti del cast corale si incrociano con un’artificiosità narrativa alquanto sgradevole e insensata, il tema principale del serial – la dipendenza in ogni sua forma – subisce un trattamento talmente blando da risultare banale – lo dimostrano gli “spiegoni call to action” affidati a Lexi (Maude Apatow) e Ali (Colman Domingo) nel finale dell’ultima puntata. Insomma, il racconto corre così velocemente da lasciarsi alle spalle molte cose, nonché personaggi in passato importantissimi: Jules (Hunter Schafer) praticamente trascurata e Nate (Jacob Elordi) intrappolato in una storyline ripetitiva ed esistente solo per garantire, alla sua conclusione, un prevedibile shock value (che fa deragliare Euphoria verso Game of Thrones, smarrendo ulteriormente l’identità della prima).

A ciò, si aggiunge la parentesi religiosa che con il suo esagerato afflato epico-biblico pervade tutta la stagione.
In verità, l’establishment hollywoodiano ha recuperato il tema del sacro (nello specifico relativamente al culto cristiano) piuttosto vigorosamente negli ultimi tempi (pensiamo solo a Wake Up Dead Man: Knives Out, Avatar: Fuoco e Cenere, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa o, più vagamente, a Project Hail Mary), quindi la sua massiccia presenza anche in Euphoria non sorprende e, anzi, sembra porsi su una linea di continuità. Gli eccessivi rimandi alla Bibbia, che coinvolgono praticamente tutti i personaggi, sembrano suggerire la virtuosità di un ritorno della civiltà americana ai valori cristiani, sostanzialmente in opposizione al degrado etico e morale raggiunto dalla società del dollaro, del porno e del fentanyl (l’inquadratura che chiude la serie amplifica questo discorso proponendo il recupero della vita agreste intesa come unico luogo in cui la spiritualità possa svilupparsi ed essere coltivata autenticamente).

A margine di una stagione finale fiacca e deludente (in cui anche la brava Zendaya fatica a brillare), a regalare qualche soddisfazione estetica e intellettuale è la bravura di Alexa Demie nei panni di Maddy e l’autoironia di un’attrice scaltra come Sydney Sweeney, la cui Cassie in versione Onlyfans si posiziona sul bizzarro e intrigante crinale tra l’autoparodia e la manipolazione del fandom. Pensiamo al modo in cui Sweeney gestisce la propria immagine, dettagliatamente quella sessuale del proprio corpo, sui propri profili social (soprattutto dopo il lancio di SYRN, il suo brand di intimo e lingerie) e ci renderemo conto di quanto il carattere fictionario di Cassie Howard funzioni in ottica autoreferenziale e metatestuale, riproducendo su di sé (e capitalizzandoli) elogi e critiche dei fan e degli hater dell’attrice.

Se la creatura cinica e squisitamente controversa di Sam Levinson era nelle prime due stagioni un prodotto che intendeva raccontare gli adolescenti della Gen Z agli adulti, la terza e ultima stagione di Euphoria sembra aver invertito la rotta. Vittima del proprio infantilismo creativo, ha voluto raccontare, non riuscendoci, il mondo degli adulti a un pubblico di bambini.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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