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Wake Up Dead Man: Knives Out – L’iconoclastia di Benoit Blanc nella flemmatica “messa con delitto” di Rian Johnson

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Copyright: Netflix

Giunti al terzo e ultimo (almeno per ora) capitolo della saga di Knives Out, la cui natura seriale si deve all’intervento di Netflix e al roboante contratto di esclusiva offerto al regista Rian Johnson, è arrivato il momento di tirare le somme di questo esperimento.

Ebbene, “esperimento” potrebbe suonare come un termine eccessivo e piuttosto fuori luogo, considerate le caratteristiche dell’ennesimo prodotto di una piattaforma OTT che, contrattualizzando quanti più nomi altisonanti possibili (e i film di Knives Out ne sono pieni), opera in virtù dell’economia del prestigio e della propria legittimazione agli occhi dei soggetti industriali tradizionali (non a caso le ultime due opere di Rian Johnson sono state anche distribuite in sala, in modo da ammantare di valore culturale ed economico il loro successivo debutto in streaming e fungendo, dunque, da spunti pubblicitari nei riguardi proprio di quest’ultimo).

Eppure, bisogna dare atto a Johnson e al produttore Ram Bergman di essere riusciti a creare un’autentica proprietà intellettuale – con un concept ben definito e riutilizzabile a lungo e con un efficace personaggio di punta, cioè il Benoit Blanc di Daniel Craig – quantomeno originale, che risplende soprattutto in virtù del contesto attuale delle grandi produzioni hollywoodiane, dominato e sfiancato da una prassi creativa di “adattamento e riciclo”. L’encomio, da limitarsi alla sfera produttiva ed editoriale, risulta ancora più meritato se si considera l’intelligenza con cui questi film attingono dal grande baule degli stilemi letterari del Giallo e di quelli cinematografici del Noir: mai davvero troppo sofisticati per essere colti solo da pochi eletti e, al contempo, mai eccessivamente banali da risultare fastidiosamente invadenti e pedanti.

Nel nuovo capitolo della saga diretta dal regista di Star Wars: Gli Ultimi Jedi (la nota space opera viene anche citata in una delle battute più sagaci e significative del film) e intitolato Wake Up Dead Man, Rian Johnson arricchisce il suo mosaico di “cene con delitto” con uno dei tasselli che hanno fatto la storia del genere di riferimento, ovvero il “giallo con i preti“.

In quella che è, a tutti gli effetti, una “messa con delitto“, il classico sacerdote sui generis (dal passato oscuro e violento e dal turpiloquio sempre pronto), interpretato in modo convincente da Josh O’Connor, tenta di scagionarsi con l’aiuto del solito Benoit Blanc (Daniel Craig in versione dandy âgé, a tratti eccessivamente istrionico) dalle accuse relative all’omicidio di Monsignor Wicks (un carismatico Josh Brolin), mossegli da tutta la comunità parrocchiale, un parterre di personaggi interpretati dall’abituale super cast presente in ogni episodio della serie (in questo caso, i più che adeguati Glenn Close, Jeremy Renner, Mila Kunis, Andrew Scott e Cailee Spaney).

L’ambientazione ecclesiastica permette a Johnson di imbastire un gradevole flirt tra il giallo e il sovrannaturale e, abbastanza sorprendentemente, di lanciarsi in una bizzarra dialettica tra discorsi di ordine morale e teologico (declinati dal personaggio di O’Connor) e il loro subitaneo ribaltamento in chiave razionale e satirica (a opera dei commenti cinici, iconoclasti e witty del detective Blanc). Tuttavia, sembra che il film non creda mai veramente nella sua anima seriosa, preferendosi beare della mediamente buona fattura della sua sceneggiatura a scatole cinesi, coadiuvata dalla puntuale e costante mise en abyme prodotta dalle numerose analessi e flashback che articolano il racconto.

Allo stesso modo, abbondano i consueti e un po’ tediosi (si tratta pur sempre del terzo capitolo di una serie già particolarmente rodata) riferimenti cinefili alla natura “fictionaria” e “ontologicamente” cinematografica di un’indagine investigativa (quella della pellicola, tra l’altro, ha spesso per protagonisti i video delle telecamere di sorveglianza e di uno youtuber che riprende tutto ciò che vede). E allora ecco tutti i simulacri più disparati: un regista (il detective) che allestisce un set (la ricostruzione della scena del crimine) e degli attori (i sospettati) chiamati a interpretare dei ruoli. Come se ciò non bastasse, occorre aggiungere un ulteriore epigono della realizzazione filmica: la funzione religiosa, in cui un sacerdote realizza una performance (il rito della messa) su un palcoscenico (l’altare) che lo separa dal pubblico (i fedeli). Inoltre, non bisogna ignorare il parallelismo banale e scontato, ma in fondo divertente, tra l’atto di confessare un crimine e quello della confessione e del perdono dei peccati previsto dal rito cristiano.

Pertanto, ne viene fuori un film piuttosto sicuro dei propri mezzi, con l’effetto di risultare abbastanza godibile (sicuramente più di Glass Onion), ma con la conseguenza indesiderata di perdersi nel proprio trionfalismo letterario e di non curarsi dei dettagli (un errore che un bravo detective non commetterebbe mai). Infatti, la pellicola offre davvero poco spazio ai personaggi secondari (specialmente in relazione ai due precedenti capitoli), dando l’impressione che tutte le star coinvolte siano soltanto dei nomi di lusso da apporre su una locandina. Tuttavia, il peccato più sgradevole resta sicuramente quello della durata: 145 minuti risultano davvero eccessivi per un prodotto che, in quanto marchiato Netflix, faccia immaginare (e sperare) una riduzione seriale in tre episodi.

Quando un film di questo tipo, così aderente – in senso positivo – a un genere tanto specifico, si fonda esclusivamente sui venti minuti finali in cui il pubblico ascolta incantato la brillante ricostruzione e risoluzione del delitto a opera del detective di turno, è fondamentale che le due ore precedenti valgano l’attesa. Era proprio ciò che succedeva nel generativo e magnifico Cena con delitto – Knives Out del 2019. Purtroppo, non è quello che accade in Wake Up Dead Man, in cui a svegliarsi è solo lo spettatore, al termine di due flemmatiche ore di attesa e solo per potersi gustare – oltre ai comuni effetti speciali narrativi insiti nel genere – un po’ di gratuita iconoclastia religiosa.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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