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Avatar: Fuoco e Cenere – La composita estetica culturale del religioso war movie di James Cameron

Che il cinema nacque, ormai ben centotrenta anni fa, come una pura e semplice invenzione tecnologica (ancora prima di formalizzarsi in un’industria e assurgere poi al titolo di settima arte) James Cameron lo sa molto bene e lo ha sempre dimostrato nel corso di tutta la sua carriera. Eppure, ciò che ha costruito con i tre film di Avatar non l’aveva mai sperimentato o, quantomeno, non fino a tal punto: non è più la scelta di una determinata storia da raccontare a necessitare di una corrispondente tecnologia cinematografica; al contrario, adesso è la tecnologia che ha bisogno di una specifica narrazione che la giustifichi.

Tuttavia, con il regista di Titanic non si tratta mai soltanto di un racconto da condividere con il pubblico (il più ampio possibile, nel senso più globale del termine, cioè relativamente all’età, all’etnia, alla geografia e finanche al retroterra culturale degli spettatori), ma di un inedito modo della percezione e di un’autentica nuova estetica da brevettare.

In Avatar: Fuoco e Cenere questo discorso viene portato all’estremo, così come giunge a compimento il progetto del regista – già inaugurato del precedente capitolo – di realizzare un remake e anche una versione remastered (il lessico videoludico è d’obbligo) del film distribuito nel 2009. Insieme a La via dell’acqua, il terzo episodio della serie dei Na’vi costituisce, infatti, una crasi sintetica dell’opera originale, che ormai può essere definita generativa. Dal suo grembo sono nati, quasi per germinazione automatica e sotto forma di cloni (parola chiave di tutta l’operazione), i suoi sequel. Pertanto, Avatar non è e non sarà mai – considerando la sua dipendenza dai propri risultati economici – una saga, con la conseguenza di stagliarsi nel solco dell’epopea epica, dove repetita non solo iuvant, ma docent.

Cameron, allo stesso tempo moderno rapsòdo e contemporaneo pioniere e demiurgo del visibile à la Griffith (il padre del cinema americano festeggia proprio nel 2025 il centocinquantesimo compleanno), realizza con Fire and Ash un “Avatar 2.0” o un “La via dell’acqua – Parte 2“. Tutto è stato già raccontato e perciò deve essere rinarrato, riascoltato e rivissuto. Cosa fanno, infatti, i mezzosangue Na’vi se non rivivere come cloni? E qual è l’unico modo per abbandonare il proprio lato disumano (l’egoico istinto di sopraffazione verso gli altri) se non cambiare e diventare qualcos’altro?

La nuova avventura della famiglia Sully è all’insegna dell’odio e del lutto, tema ricamato (come il pregnante trucco funereo che la avvolge) su Neytiri (Zoe Saldana), mater dolorosa dalla pelle blu, come si ravvisa ascoltando il sorprendente, rabbioso e sofferto breve monologo che recita davanti al marito, in una scena dal sapore ugualmente shakespeariano e kitchen sink.

A fare da contraltare al dolore, c’è il tema della speranza: quella religiosa, la necessità di credere, ovvero vedere con altri occhi (“hai occhi nuovi colonnello, devi solo aprirli” dirà Jake a Quaritch), incarnata brillantemente da Kiri (Sigourney Weaver), sempre più “cristianamente fatata”.

A legare questo corposo flusso tematico nel capitolo più religioso della seria (è presente anche uno splendido parallelismo con uno degli episodi chiave dell’Antico Testamento), è la guerra, che tutto avvolge e tutto organizza: la costante oscillazione tra il bene e il male di Quaritch (Stephen Lang) – adeguata all’altrettanto volubile accettazione o rifiuto della paternità –, l’erotismo lisergico, rituale e sadomasochista della memorabile villain Varang (Oona Chaplin), il retroterra culturalmente performativo degli ex-Marine Jake (Sam Worthington) e Quaritch – che sembrano spuntare fuori da un film (ovviamente dello stesso “Jimbo“) degli anni Ottanta e Novanta – e l’avventurosa quotidianità dei ragazzi, tutta devota alla spettacolarità tecnica della dilatazione narrativa.

Il miracolo di Avatar: Fuoco e Cenere è contenere in una forma sempre aggiornata e sperimentale situazioni narrative ancestrali e classiche. L’estetica del cinema (oltre la pellicola, oltre il digitale, oltre il 3D) incontra quella del videogame (le strabilianti soggettive organiche che costellano il film) e degli anime giapponesi (la straordinaria sovrabbondanza compositiva di alcune inquadrature), mentre l’epica dei cowboy e degli indiani di John Ford conversa con i miti della Bibbia e la filosofia cibernetica di Ghost in the Shell sussurra i suoi segreti all’etica prima antibellicista e poi obbligatoriamente interventista degli Ent tolkeniani.

James Cameron realizza Il Signore degli Anelli: Le Due Torri su Pandora, ricordandoci che la guerra a volte è inevitabile e necessariamente ripetibile e che la fede, seppur in costante dialettica con la secolarizzazione tecnologica, è ciò che rende l’umanità se stessa. Ciò che le rammenta che trasformarsi è indispensabile.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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