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Cannes 79 – Moulin: il controcampo exploitation de “Il figlio di Saul”

Copyright: Pitchipoi productions - Studio TF1

Nel lontano 2015, László Nemes saliva agli onori della cronaca cinematografica per aver esordito alla regia con il sorprendente Il figlio di Saul, un film che, oltre ad aver lanciato la carriera del regista e aver vinto riconoscimenti prestigiosi (l’Oscar come miglior film straniero e il Grand Prix a Cannes), si è imposto per la brillante idea di rappresentare l’assolutezza del male (in quel caso, l’Olocausto) semplicemente non rappresentandolo, cioè restringendo il campo fino al primo e al primissimo piano sulle vittime. Le loro reazioni emotive e sensoriali assumevano dunque la forma di metonimia privilegiata per far percepire allo spettatore la tragedia umana e storica in cui stavano annegando.
Oggi, vedere il quarto lungometraggio del regista ungherese, Moulin (presentato in concorso al Festival di Cannes, dopo che le precedenti due opere hanno visto la loro anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia), lascia di primo acchito piuttosto spaesati.

La storia è quella di Jean Moulin, leader della Resistenza francese che nel 1943 è braccato e infine catturato da Klaus Barbie, capo della Gestapo di Lione. La perplessità cui si accennava scaturisce dal fatto che se nell’opera del 2015 il Nazismo veniva svuotato della sua forza brutale giudicandolo non meritevole neppure di essere mostrato, nella pellicola del 2026 la violenza e la crudeltà degli uomini del Terzo Reich sono sempre in primo piano. Dopo una prima, un po’ tediosa e interlocutoria sezione da thriller politico, Moulin diventa un incubo cupo e sanguinoso, in cui non vediamo altro che il povero protagonista costantemente percosso dai nazisti.

Gilles Lellouche interpreta il ruolo del titolo senza infamia e senza lode, risultando comunque a tratti monocorde, effettivamente come tutto il film. A stupire e a consentire di non assopirsi durante i 130 minuti di durata è, però, la prova istrionica di Lars Eidinger (il futuro Brainiac di casa DC) nei panni di Barbie. Evidentemente, già solo il buffo nome di questo cattivissimo ufficiale della polizia tedesca strappa una risata (Nemes sta forse suggerendo che i nazisti non sono altro che bambole nelle mani di un bambino, cioè Hitler?). Se poi si considerano anche tutte le scene che lo vedono protagonista, allora il divertimento è notevole. Eidinger è molto bravo ad accentrare l’attenzione su di sé ogni volta che compare nel quadro, grazie a un’espressività compiutamente malvagia e riuscendo a restare in equilibrio sul sottile filo che separa la serietà e l’austerità di un film in costume dalla grottesca gigioneria che sarebbe, invece, consona a un villain da cinefumetto.

Oltre a questo, non c’è molto altro nel nuovo film di Nemes, a parte le sue solite grandi metafore (in questo caso il dettaglio ossessivo di un fuoco nel finale tagliato ex abrupto) e la messinscena tecnicamente solida ma espressivamente un po’ troppo rigida e polverosa. Quantomeno, Moulin è un’opera che, assurdamente, può divertire, soprattutto (e forse solo in questo caso) se letta come un film involontariamente nazi-exploitation.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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