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Cannes 79 – Notre Salut: Marre – La grande ambizione

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In un concorso del Festival di Cannes sempre più ricco di autori che raccontano altri artisti di finzione, da Almodovar a Ira Sachs, Emmanuele Marre presenta uno dei pochi progetti esplicitamente personali della selezione: Notre Salut, opera strutturata sulla base di alcune lettere del nonno del regista, Henri Marre, burocrate e sindacalista che operò nella Repubblica di Vichy tra il 1940 e il 1945, durante l’occupazione nazista della Francia. Si tratta di uno dei progetti più legati alla stretta attualità della nazione ospitante del festival; come ogni anno, Thierry Fremaux ha a cuore questioni legate all’identità socialista e al fervore che da sempre ribolle nelle vene del popolo tutto (o quasi). Questa volta, attraverso le gesta di Marre nonno, Marre nipote racconta dei compromessi, sempre più subdoli, al quale il primo ha dovuto sottostare negli anni del suo operato nella regione meridionale del paese (quella che preservava una parvenza di indipendenza dal regime nazista).

Quella di Notre Salut (nome del manoscritto a opera di Henri Marre, che importò nella Repubblica di Vichy al suo arrivo da Parigi nel 1940), è la vicenda di come, in un certo qual senso, le istituzioni francesi di resistenza al nazismo, riacquisirono, pur agendo nell’ombra, come talpe, la propria identità di nazione unita e resiliente. Può ricordare la medesima operazione (su un piano produttivo) del nostro Berlinguer – La grande ambizione di Andrea Segre (pur raccontando, nella controparte francese, di un personaggio ben più dimenticato del segretario del Partito Comunista nostrano), per la sua intuizione di sfruttare la figura di uno storico riformista, un uomo al servizio del sistema in rappresentanza del popolo, per raccontare la trasformazione in atto di un tessuto sociale. Su un piano teorico, Notre Salut presenta anche delle ottime proposte, in termini storiografici. Il problema però, è che certe collocazioni storiche, pur mappando discretamente la geografia dell’allora Repubblica di Vichy, non sono poi maneggiate attraverso punti di vista critici di alcun tipo. In queste ore si possono scovare in alcune recensioni di decine di colleghi (italiani e non) rimandi all’abusatissima Banalità del male e a La Zona d’Interesse di Jonathan Glazer: stando a certi pareri, il film di Emmanuel Marre giocherebbe con i medesimi espedienti del film di Glazer, nel raccontare l’orrore del nazismo rendendolo un mostro invisibile, fuoricampo. La realtà dei fatti è che certi commenti raccontano solo di tanta pigrizia di pensiero (forse dovuta alla stanchezza degli ultimi giorni di festival, chissà). Notre Salut dimentica di prendere delle posizioni, dimentica di riflettere su quelle poche considerazioni che elabora. È più una confabulazione pseudo-intellettuale, quella proposta dal regista francese, proprio come la prima scena del film, in cui alcuni alto-borghesi, a una festa, sminuiscono il pericolo dell’avanzata nazifascista in lungo e in largo per il Vecchio Continente.

Oltretutto, c’è un serio problema legato al registro visivo dell’opera che, per nessuna ragione valida, è girata come una lunga puntata senza tagli di The Office, con però una sorta di Julius Robert Oppenheimer à la Nolan al posto di Michael Scott. A questo calderone di registri, toni e rimandi in contrasto tra loro, c’è da aggiungere un altro misterioso fattore: nel raccontare degli eventi oggettivamente enormi, in termini storico-culturali, Marre struttura il film come se fosse uno slice of life, come se piccoli avvenimenti quotidiani riuscissero a restituire la gravità di una storia simile.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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