Sin dall’annuncio della selezione ufficiale del 79esimo Festival di Cannes, la presenza di Rami Malek in un film di concorso, per la regia di un veterano dei festival europei come Ira Sachs, ha destato più di un sospetto. Ma adesso, potendo parlare con cognizione di cause avendo visto il film, possiamo urlarlo ai quattro venti: la presenza di questo attore insignificante nel tempio del cinema europeo è incomprensibile.
The Man I Love racconta di Jimmy, un attore attivo nell’ambiente teatrale off di New York, sono gli anni ’80, alle feste i giradischi suonano Remain in Light dei Talking Heads, siamo in piena crisi AIDS. Jimmy è sieropositivo e sta affrontando la preparazione di quello che potrebbe passare alla storia come il suo ultimo ruolo, in uno spettacolo musical in cui interpreta una donna (e il make-up ci ricorda il cult anni ’50 Glen or Glenda di Edward D. Wood Jr.). Nel corso del racconto Jimmy intraprende una relazione con un ragazzo più giovane che abita nel suo stesso condominio, Vincent, il quale considera il suo amante alla pari di un Charles Manson di turno, venendo accecato dall’enorme talento artistico dell’uomo. “Jimmy è un artista, ha bisogno di amare per trovare l’ispirazione!” arriverà persino ad affermare, una volta messo alle strette da Dennis, il compago/balia dell’attore. Jimmy però, non è un artista, per nulla. Il nuovo orribile film di Ira Sachs sembra tradurre sottoforma di lungometraggio la battuta epocale di Michele Apicella alla fine dei primo atto di Ecce bombo: “Piccola, perché piangi? Perché sono un grande artista?”, credendo infine di riuscire a suscitare compassione negli spettatori, costruendo un melodramma attorno a un grande artista tormentato dai suoi demoni. Se questo meccanismo strappalacrime non funziona, è fondamentalmente perché Rami Malek continua a essere uno dei più grandi misteri della storia di Hollywood. Il quarantenne attore statunitense fa di tutto per demolire il film dall’interno, con una prova ridicola, di chi interpreta un personaggio bisessuale semplicemente roteando i polsi e fumando con fare avvenente in ogni singolo istante della sua vita. Ma non è tutto qui, perché nei momenti della storia in cui assistiamo alla grande recitazione di Jimmy, si fa fatica a capire se stiamo assistendo a Rami Malek che recita come un cane bastonato, o al personaggio che si inceppa e sbaglia le battute durante le prove generali dello spettacolo. Per non parlare di una scena di canto sul finale in cui Malek cambia tonalità del brano cinque volte in due minuti di esibizione, passando per lo scemo del villaggio.
Si potrebbe inoltre passare mezz’ora a elencare ogni scena in cui l’attore tenta di piangere a comando (o di evitare di scoppiare a piangere), impiegando in media dodici ore per versare una singola lacrima. Sul serio, gli ultimi film di Sachs (Passages e Peter Hujar’s Diary) sono atroci, sconclusionati e ambigui nelle modalità di ritrarre alcune sfaccettature della queerness che tanto gli interessa. Se a certe incomprensibili descrizioni del mondo arcobaleno aggiungi un attore atroce che dovrebbe interpretare a sua volta un attore e cantante (senza saper cantare con convinzione nemmeno una canzone dello Zecchino d’Oro), allora c’è qualcosa che non va. Però alla fine va bene così: Jimmy è un artista, quelli come lui hanno bisogno di trovare l’ispirazione!
Santi numi…
Voto:
1.5 out of 5.0 stars