Chi l’avrebbe detto che il revival di uno zombie-horror (l’originario 28 giorni dopo di Danny Boyle, per quanto influente possa essere stato) risalente al 2002 avrebbe edificato un dittico (attendiamo il terzo capitolo per scomodare il termine, sempre foriero di aspettative tutt’altro che basse, “trilogia”) così iconograficamente coerente e narrativamente intrigante come quello costituito da 28 anni dopo di Danny Boyle e dal nuovo 28 anni dopo – Il tempio delle ossa della competente Nia DaCosta (d’altronde le due pellicole, benché firmate da due registi diversi, sono state realizzate back to back e sceneggiate entrambe da Alex Garland)?
Riprendendo la trama direttamente dal cliffhanger del film precedente, la nuova opera della saga torna a interrogarsi sulle conseguenze esistenziali del virus che ha contagiato la Gran Bretagna e sulle riflessioni filosofiche, in merito al ruolo dell’umanità in tutto ciò e al suo rapporto con la vita e la morte, che ne sono scaturite. Questa volta il focus del racconto privilegia l’affascinante carattere del Dr. Ian Kelson, interpretato da un generosamente istrionico (anche negli “a parte” più dimessi) Ralph Fiennes, ma senza tralasciare il giovane Spike (Alfie Williams), protagonista di un Bildungsroman rilegato sempre più con sangue e viscere.
La regia garbata, fluida, puntuale e a tratti intimistica di Nia DaCosta (ben lontana, purtroppo, dalle inebrianti sperimentazioni con l’IPhone di Boyle del capitolo precedente) riesce ad alternare con coerenza e alla fine far convergere queste due storyline, restando fedele alle sollecitazioni intellettuali di Garland. Il Regno (dis)Unito – evidente allegoria del periodo post-Brexit – della post-Apocalisse zombie diventa per il regista di Ex Machina un brodo primordiale in cui predicare una speranzosa rinascita o, meglio ancora, il risveglio del genere umano. Lo vediamo, innanzitutto, nel rapporto tra Kelson e il pericoloso, e in fondo amante degli oppiacei, infetto “Alpha” Samson (Chi Lewis-Parry), caratterizzato da un design pressoché brillante: un moderno Neanderthal che porta in dote la palingenesi di una specie intera e che talvolta si intrattiene, seraficamente anestetizzato, a ballare con il dottore sulle note dei Duran Duran o dei Radiohead.
Allo stesso modo, Spike deve affrontare e scendere a patti con un mondo intriso di violenza, sangue e morte, costretto a viaggiare con una bislacca gang di giovani satanisti e fanatici dei Teletubbies, al servizio di un dulcamara che si spaccia per l’unico figlio ed erede del “Vecchio Caprone”. Questi personaggi lanciano la pellicola nel reame dialettico del rapporto tra il rito e la performance: ogni loro azione, inevitabilmente sadica e cruenta, è giustificata in virtù della sua natura rituale e religiosa. Invero, Garland e DaCosta fanno molto affidamento sull’iconografia cristiana all’interno del film, con esiti appaganti rispetto alla dimensione visiva e più incerti dal punto di vista narrativo e della figurativizzazione tematica. Pertanto, sebbene il gioco di specchi tra il rito e lo spettacolo risulti abbastanza comune e non particolarmente pregnante, offre comunque alcuni momenti di sano divertimento – che in una versione elevated dell’ennesima apocalisse zombie come questa sono sempre ben accetti –, come accade nella strampalata scena sulle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden.
Dunque, Il tempio delle ossa colpisce moderatamente nel segno quando si barcamena negli emisferi meditativi di un neo-umanesimo concepito e portato in grembo dalla consapevolezza del monito “memento mori“, riuscendo, seppur limitatamente, a fornire una buona dose di tensione narrativa e sensoriale. Pertanto, è un peccato che il film si scopra spesso inibito dai suoi stessi obiettivi editoriali, rivelando eccessivamente la propria natura interstiziale e finendo per sembrare tediosamente – soprattutto nel cliffhanger finale, addirittura peggiore di quello del capitolo precedente – soltanto un mero intermezzo oppure un lungo e ondivago episodio di una serie televisiva, nonostante il suo intrigante e promettente eventuale sviluppo.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars