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Marty Supreme: l’esistenza umana come scommessa

Copyright: IWonder Pictures

Il primo lungometraggio da solista di Josh Safdie, dopo essersi separato artisticamente dal fratello Benny, è un parto, metaforicamente e letteralmente. Un’impresa, quella del protagonista, il cui ritmo narrativo è dettato dall’evoluzione, lungo i nove mesi, di una gravidanza.

Un film strabiliante, che si apre, come il precedente Diamanti grezzi, con il viaggio della macchina da presa all’interno del corpo umano. Perché sì, la visceralità con cui nel 2019 Josh e Benny Safdie impostavano una transizione che raggiungeva il retto di Adam Sandler, partendo dall’interno di un diamante etiope, è la medesima con cui un ovulo fecondato dagli spermatozoi di Marty Mouser genera una pallina da tennis, con su scritto “Marty Supreme – Made in America”.

Marty Supreme di Josh Safdie riparte esattamente da dove il suo percorso si era interrotto: dal cinema degli eccessi. Il ping pong sta a Marty come i diamanti stanno ad Howard in Diamanti grezzi. La pallina sta al diamante. Ancora una volta poi, il fenomenale regista e sceneggiatore sceglie di raccontare un uomo accecato dalle proprie convinzioni, filosofiche prima che morali o pragmatiche. Entrambi i protagonisti (di due autentici one-man-show) considerano la scommessa come forza che muove il mondo. Il concetto di scommessa qui però, non va unicamente legato al danaro (che è la vera ruota-motrice del mondo occidentale).

La scommessa di Marty Mouser è ben più profonda, pur passando per gli iconografici verdoni. Marty è come Eddie Felson ne Il colore dei soldi di Martin Scorsese. Un uomo che considera la scommessa come sinonimo di “esistenza”. Scommettere, è la raison d’être dei protagonisti di Josh Safdie. Nel suo cinema, la ludopatia non è una dipendenza legata alla materia, quanto più alla sfera onirica. Si dipende dall’idea di veder realizzare i propri sogni, perfino i più malsani, mossi da pensieri inconsci.

In questo senso, Marty Supreme è la storia di un uomo che cerca di sconfiggere il capitalismo, fallendo di continuo. Marty è un ebreo, un ebreo spocchioso ed ego-referenziale, che si sente autorizzato a fare del black humor di infimo livello sul lager di Auschwitz e sulla Guerra del Pacifico; è un ragazzo di 23 anni che vive di pressioni gerarchiche auto-imposte: lui deve diventare il volto del ping pong americano, in rampa di lancio (siamo nel 1952); lui deve sedurre una diva del Cinema del doppio dei suoi anni, pur non avendo idea di cosa rappresenti quella forma d’arte; lui deve scommettere su di sé, al punto di investire forze economiche che possiede soltanto nel suo mondo immaginario.

Quello di Safdie, è un film che racconta il senso di colpa sociale della Gen-Z attraverso una storia ambientata nel secondo dopoguerra. Perché? Perché evidentemente la storia (in parte) vera di Mouser si traduce con immediatezza in un linguaggio analogo a quello delle nuove generazioni.

Ma Marty non è solo questo. È anche uno sportivo che considera il risultato sul campo al pari delle conseguenze commerciali delle proprie imprese. Lui è al contempo l’azienda e il dipendente aziendalista. Non è Radu Jude, inteso come performer che vive di risultati slegati dalle logiche commerciali; lui è Steven Spielberg, il genio che unisce il lavoro alla passione. Potremmo anche semplificare l’intera logica del film sostenendo che Marty è Chalamet, che produce il film, che mette anima e corpo in questo personaggio e che infine finanzia di tasca propria la campagna Oscar al posto di A24.

Come anche Good Time e Diamanti grezzi poi, Marty Supreme racconta l’impresa di un uomo accecato dalle proprie manie (o ambizioni, come suggerisce lo slogan, dream big) attraverso uno sforzo fisico impressionante, fatto di corse forsennate, scelte impulsive, net-working tra personaggi secondari fuori di testa e scopate.

Ma, come in ogni duello tra un uomo e un sistema che si rispetti, il primo è destinato a subire la furiosa vendetta del secondo, quando meno se lo aspetta; d’altronde, cosa potrà mai fare uno sportivo di 23 anni contro un vampiro di 352?

Timothée Chalamet è il nuovo DiCaprio. Da sempre. Preparatevi a salire su questo carro.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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