Per festeggiare il ritorno al cinema del più grande genio della storia di Hollywood, abbiamo deciso di omaggiarlo con una speciale classifica, che riunisce i 34 lungometraggi diretti dal maestro originario dell’Ohio.
La classifica è frutto della somma delle tre classifiche individuali di tre redattori: Giuseppe Parrella, Victor Russo e Gabriele D’Aprile.
La recensione del trentacinquesimo film di Steven Spielberg, Disclosure Day, sarà disponibile sul sito a partire da domani mattina.
Buona lettura.
34. Always (1989)
Remake di A Guy Named Joe (Joe il pilota) di Victor Fleming con Spencer Tracy, Always è uno dei film più dimenticati del regista. Richard Dreyfus interpreta un pilota dell’aviazione antincendi che muore tragicamente sul colpo, in seguito a un incidente. Inizia così a osservare le vite dei suoi cari dall’esterno, in quanto anima. Omaggio sentito al cinema fantastico di Powell e Pressburger, non è certo una delle opere immortali di Spielberg, ma a modo suo è passata alla storia, grazie a uno degli ultimi ruoli dell’indimenticabile Audrey Hepburn.
33. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)
L’odiatissimo quarto capitolo del franchise con protagonista Harrison Ford porta avanti una tradizione (recente) della saga: psicanalizzare Indy attraverso un nucleo familiare che si spande sempre di più. Dopo il mitologico Henry Jones Sr. interpretato da Sean Connery ne L’ultima crociata, è la volta di Mutt Williams (Shia LaBeouf), che per certi versi rende per la prima volta l’archeologo padre.
32. Il GGG – Il grande gigante gentile (2016)
Adattamento del celebre romanzo per ragazzi di Roald Dahl, il curioso e spensierato ibrido tra live-action e animazione CGI si attesta come un gustoso racconto per l’infanzia in cui il noto tema spielberghiano del sogno viene rilanciato ancora una volta. Forse troppo lungo in alcune sequenze e con un ritmo non sempre raffinato, è un film comunque che può divertire e riesce teneramente a far sognare grandi e piccini.
31. Il colore viola (1985)
A modo suo, Il colore viola resta un film epocale: siamo nel 1985 e Spielberg, al soldo di Warner Bros., mette in piedi una delle prime grandi operazioni indistry della storia di Hollywood rivolte alla comunità afroamericana. Un dramma storico ad alto budget con un cast interamente nero (su tutti, un’esordiente Woopy Goldberg affiancata da un feroce Danny Glover), tratto dal romanzo epistolare premio Pulitzer omonimo di Alice Walker, che fece scalpore ai tempi della sua prima pubblicazione. Da segnalare inoltre le musiche originali di un’altra leggenda del mondo black: Quincy Jones, che si sostituisce a John Williams per l’occasione.
30. L’impero del sole (1988)
Uno dei primi grandi kolossal storici del regista e una delle sue prime lucidissime riflessioni sulla Seconda guerra mondiale, il film scava in un altro dei temi cardine della carriera di Spielberg: il gioco, che viene declinato in base all’accezione assunta in un tempo di pace e in un tempo di guerra. Immancabile il riferimento al cinema classico (Via col vento) e alcune immagini straordinarie, come quella dell’esplosione atomica.
29. War Horse (2011)
Bizzarra versione à la Disney di un film di John Ford (si vedano i colori e la luce della straordinaria scena finale), è un film forse un po’ sbilanciato a livello di sceneggiatura e di ritmo. Eppure, riesce timidamente a rendere credibile una storia di guerra narrata dal punto di vista di un cavallo, corpo-icona cinematografica (è davvero così distante l’asinello di Au hasard Balthazar di Bresson?) su cui si distende un’altra appassionante riflessione dell’autore sulla guerra.
28. Amistad (1997)
Il film fa parte di uno dei tanti piccoli universi tematici del regista, quello del razzismo e della cultura afroamericana (ne fanno parte anche Lincoln e Il colore viola). Alternando lunghe scene processuali e immagini sintetiche di grande simbolismo, Amistad non può che emozionare, grazie anche a un ottimo cast e nonostante la lunghezza.
27. 1941 – Allarme a Hollywood
Sgangherato, caotico, confusionario, difettoso e over the top. Nonostante questi difetti, il film è una curiosa riflessione sulla società dello spettacolo americana; una cinica rilettura del rapporto tra Hollywood intesa come macchina di sogni e la sua indiscutibile natura di agente colonizzatore. A fare da collante, l’ambientazione bellica della Seconda guerra mondiale, descritta come un bizzarro e disilluso lunapark.
26. Hook – Capitan Uncino (1991)
Una delle riflessioni su un corpo attoriale più brillanti di sempre: quella di Spielberg attraverso la mimica e la malinconia dell’amico Robin Williams. Peter Pan non sogna e non ricorda più nulla. La sua creatività è stata annientata dalle tante grigie giornate lavorative che lo hanno reso un uomo solo e apatico, incapace di dedicarsi ai suoi figli. Un racconto splendido sulla perdita dell’innocenza, e sulla necessità terribilmente adulta di volerla riconquistare. Opera manifesto del cinema di Spielberg, ma anche del cinema di Williams.
25. Sugarland Express (1974)
Opera seconda del regista, Sugarland Express ripropone la struttura a inseguimenti autostradali del precedente Duel, aggiungendo un ingrediente che non lo abbandonerà più: la maternità. Goldie Hawn interpreta una mamma disposta a tutto, persino rapire un agente federale e far evadere di prigione il marito, pur di sfrecciare via dal Texas, pronta a riprendersi suo figlio, affidato a una famiglia adottiva dagli agenti sociali.
24. Il mondo perduto – Jurassic Park (1997)
Secondo sequel della carriera di Spielberg (dopo Indiana Jones e il tempio maledetto), Il mondo perduto, proprio come nel caso del sequel di Indiana, propone un adattamento dei romanzi di Michael Crichton più spietato rispetto al primo Jurassic Park, in cui sembra quasi che la natura stessa stia cercando di sabotare la razza umana, che vive serenamente, ignara del pericolo che coesiste con lei nelle aree tropicali del mondo: un uragano libera 14 specie di dinosauri, scatenandone la furia.
23. Le avventure di Tin Tin – Il segreto dell’Unicorno (2011)
Che cos’è, un episodio crossover? Due delle più grandi menti di Hollywood unite sotto la stessa bandiera, quella di Hergé, storico creatore del mitologico Tin Tin. Il segreto dell’Unicorno è il frutto dell’amicizia e della collaborazione tra Spielberg e Peter Jackson, all’epoca “libero” dagli impegni legati agli adattamenti dell’Opera di J.R.R. Tolkien.
22. La guerra dei mondi (2005)
Omaggio a John Carpenter, per certi versi: Tom Cruise sta al Roddy Piper di Essi Vivono, un Adone, un uomo d’azione, prestato al proletariato. La guerra dei mondi adatta il romanzo omonimo di H.G. Welles agli anni del Terrore, perché questo film racconta l’11 Settembre dal punto di vista di Spielberg, che gira un film insolitamente privo di speranza, in cui l’annientamento dell’umanità sembra inevitabile, con degli Stati Uniti ritratti come protagonisti impotenti in un conflitto armato a senso unico. Da questo punto di vista però, la splendida teoria contemporanea del regista, viene meno in un epilogo fin troppo ottimista.
21. The Terminal (2004)
Completa il dittico sull’11 Settembre di Spielberg. Viktor viene dallo stato immaginario del Krakozhia (l’Iran) e resta intrappolato in una terra di mezzo per anni: uno dei terminali del JFK di New York. Non può uscire di lì perché i suoi documenti non sono più in corso di validità, a causa della Rivoluzione Islamica, scoppiata proprio nelle ore in cui l’uomo era in volo verso gli Stati Uniti. Si tratta di una commedia brillante, che riassume i paradossi della diplomazia statunitense nei confronti dell’immigrazione, che ha come obbiettivo primordiale quello di rendere invisibile lo straniero.
20. Duel (1971)
La più grande provocazione sessuale di Spielberg: un uomo sorpassa un camion in autostrada. Questo semplice gesto, scaturisce una reazione furibonda da parte del conducente del possente mezzo, dando vita a un duello mortale lungo le strade desolate dell’America rurale. Omaggio al Sorpasso di Dino Risi, Duel rende il gesto del sorpasso come l’origine di ogni male, annullando la spensieratezza che accompagnava quelli tentati spericolatamente da Gassman nel capolavoro della commedia all’italiana. Duel non è altro che una gara di virilità tra due uomini profondamente frustrati.
19. Il ponte delle spie (2015)
Un thriller tesissimo, coronato dalle interpretazioni magistrali di Tom Hanks e Mark Rylance (vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista proprio grazie a questo film). La Guerra fredda riassunta in un’immagine: una barricata che divide, un confine in cui ogni essere umano non può che rispecchiarsi trovando, invece del proprio nemico, sé stesso.
18. Lincoln (2012)
Spielberg qui ci ricorda, in una visione che oggi sembrerebbe fantascientifica, come dovrebbe funzionare una democrazia occidentale. Lincoln analizza gli ultimi anni di vita del presidente, durante la sua lunga lotta volta a sradicare il male dalla sua terra, nel tentativo di abolire la schiavitù e porre fine alla Guerra Civile Americana.
17. Indiana Jones e il tempio maledetto (1984)
Uno dei film più rappresentativi degli anni ’80 hollywoodiani. Se L’impero colpisce ancora aveva dettato la linea guida, Il tempio maledetto ne ha immediatamente raccolto l’eredità: sequel tetro e vulcanico, reso memorabile da una sequenza da incubo (per dei ragazzini) che vede per protagonisti decine di membri di una setta satanica. La scena del cuore resta indimenticabile. C’è chi ancora non ci dorme la notte, quarant’anni dopo.
16. E.T. l’extra-terrestre (1982)
Uno dei film per ragazzi eccellenza, una delle migliori avventure fantascientifiche mai realizzate per il grande schermo. L’immagine di un bambino che incontra i sogni e l’immaginazione di un alieno, un ulteriore rispecchiamento tra noi e il diverso. Seminale, fondativo e con una colonna sonora leggendaria a cura di John Williams.
15. The Post (2017)
Sontuoso esempio cinefilo di intertestualià cinematografica (il collegamento con Tutti gli uomini del presidente di Pakula), il film è un’accecante riflessione sulla stampa, intesa come un personaggio a tutti gli effetti. Atmosfere da thriller e interpretazioni magistrali (Meryl Streep e Tom Hanks) dipingono un dramma improntato sul senso stesso della parola e sulle ripercussioni che essa può generare sulla gente e sulla Storia.
14. Salvate il soldato Ryan (1998)
Spielberg crede così tanto nel controcampo come concetto esistenziale, più che cinematografico, da girare un film di tre ore in cui ci mostra cosa un raccordo di sguardo (quello tra l’anziano Ryan e la lapide all’inizio del film) è in grado di rievocare: un passato in cui la morte per un momento si è fatta speranza.
13. Jurassic Park (1993)
Il film che racconta meglio lo Spielberg “giocattolaio”. C’è un limite all’immaginazione di un bambino mai cresciuto (lo stesso regista), ormai ricco, autonomo e all’apice della sua maturità artistica? No, niente affatto. Jurassic Park è uno dei più grandi cult della storia di Hollywood, capace di macinare miliardi di dollari anche a decenni di distanza dal lancio della saga. Lo fa portando ai confini della realtà un concept che getterà le basi per i parchi a tema moderni: gli umani sarebbero in grado di fermarsi, davanti a una scelta drastica (resuscitare dei fossili), rinunciando a miliardi di dollari di profitti? Il risultato è un’avventura senza tempo.
12. Indiana Jones e l’ultima crociata (1989)
Una delle opere fondamentali per comprendere fino in fondo la dinamica padre-figlio che alberga nel cuore della filmografia di Spielberg. Un’avventura mozzafiato che riesce a equilibrare perfettamente l’azione e il dramma, la commedia e la suspense. Una regia magniloquente per uno dei migliori capitoli della saga di Indiana Jones, al tempo stesso adrenalinico e commovente.
11. I predatori dell’arca perduta (1981)
L’opera che ha ridefinito il genere del film d’avventura, creando un personaggio leggendario. Tutto in questo capolavoro è memorabile e raggiunge lo stato di icona: gli effetti sonori, la musica, Harrison Ford, i dialoghi. Un manuale di regia e spettacolo, semplicemente immortale.
10. Ready Player One (2017)
Tutto il genio visivo di Spielberg riassunto in 150 minuti: un’umanità sempre più arrendevole lascia che secoli di espansione urbanistica e architettura si sciolgano come la cera di una candela, preferendo una realtà simulata. Quel che resta dell’umanità, alimenta un autentico melting pot di cultura pop nella simulazione che è Oasis: dal Gigante di Ferro e Ritorno al Futuro a Hello Kitty, King Kong e Batman. Tra le varie cose insomma, Spielberg ha anche inventato Fortnite qualche anno prima di Epic Games. Sintetizza perfettamente quel che resta dell’umanità, scissa in due metà perfette, dissimili ma uguali: potremmo abbandonare le macerie del pianeta, eppure, perversamente, crediamo in cuor nostro che bisogni tentare ancora di viverci; dall’altra parte lottiamo quotidianamente con la tentazione di abbracciare il virtuale, attratti da una dimensione illusoria in cui non c’è freno all’immaginazione. Attraverso il personaggio di Mark Rylance poi, il creatore di Oasis, Spielberg psicanalizza il suo stesso cinema. In molti hanno dimenticato (o peggio, liquidato a esercizio di stile) questo film, ignorando come firmare un’opera del genere, per lo Spielberg settantenne, significhi poter tornare ad avere controllo sulle sue creature (tutto l’immaginario Pop degli anni ’80 e ’90 sostanzialmente), dopo che per decenni il pubblico ne ha fatto ciò che voleva, nel bene e nel male. La stanza dei giochi è la sua, vi ha soltanto permesso di giocare con i suoi giocattoli.
9. A.I. – Intelligenza Artificiale (2001)
A.I. segna il punto mediano all’interno di una trilogia tematica lunga quasi mezzo secolo nel cinema di Spielberg: Incontri ravvicinati, A.I. e The Fabelmans, un trittico legato alla famiglia e alla maternità, sintetizzate attraverso l’apparizione di un alieno (nel caso di Fabelmans, l’alieno è il cinema). Ispirato a un’idea mai realizzata da Stanley Kubrick, Intelligenza Artificiale racconta di un bambino creato in laboratorio, abbandonato dalla sua famiglia per via di alcuni “glitch” che lo rendono difettoso. Da lì, in avanti Spielberg gira il suo Pinocchio, attraverso un viaggio alla ricerca della Fata Turchina, nella speranza che possa riportare il piccolo dalla sua mamma. In un epilogo strabiliante sulla falsariga de La vita è meravigliosa.
8. Munich (2005)
Il film più controverso del regista, che prende di petto l’annosa “Questione israeliana”. È il 1972 quando durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera otto terroristi palestinesi uccidono undici atleti israeliani in ritiro. Il Munich di Spielberg racconta di una macro operazione di spionaggio internazionale, mai confermata al 100%, volta ad assassinare alcuni intellettuali e diplomatici palestinesi a spasso per l’occidente, da parte del Mossad, secondo la volontà del Primo Ministro Golda Meir. Attraverso un grande impianto da cinema di spionaggio, Spielberg omaggia (nuovamente) la saga di Bond con set pieces spettacolari, sparatorie ricche di pathos e scene di tensione degne dei migliori Hitchcock e De Palma. Lo scheletro di genere, tra una scena d’azione e l’altra, destruttura gli incubi dell’occidente, che gioca a far finta di avere sotto controllo la sicurezza dei propri confini e la salvaguardia dei rifugiati politici, mentre un male superiore, subdolo, potente e silente, tesse la sua trama sotto al suo naso.
7. Minority Report (2002)
Senza se e senza ma, la riflessione sullo sguardo più allucinante del cinema di Spielberg. Il capitalismo della sorveglianza è il protagonista assoluto di questo noir di fantascienza, tratto da un racconto di Philip K. Dick, in cui Tom Cruise interpreta un detective accusato di aver assassinato sua moglie. Quello di Minority Report è un mondo distopico in cui la sorveglianza, lo sguardo della legge (dunque di Dio) è in grado di catturare qualsiasi immagine, e di riprodurla e modificarla a proprio piacimento, in un gioco di sguardi più perverso che mai, alla costante ricerca (forzata) di colpevoli.
6. Prova a prendermi (2002)
Per la rubrica “Spielberg e i paradossi del capitalismo”. Frank Abignale Jr. passa alla storia per aver falsificato le proprie identità per anni, prima come assistente di volo, poi come chirurgo. Frank Abignale è un uomo dai mille volti, che non ha mai trovato la propria identità, come un guscio dalla scorza camaleontica, in grado di cambiare sembianze infinite volte, ma vuoto all’interno. In un gioco scacchistico lungo due ore e mezzo, Leonardo DiCaprio e Tom Hanks giocano a guardie e ladri in giro per il mondo. Mentre un ragazzino sfacciato, un vagabondo destinato a un’esistenza mediocre, sottrae migliaia di dollari al governo degli Stati Uniti, un altro cittadino parcheggiato nel retrobottega di un ufficio federale, diventa l’altra faccia della medaglia, diventando l’inseguitore di cui tutti i personaggi al cinema, in fondo, hanno bisogno.
5. West Side Story (2021)
Il primo adattamento cinematografico del capolavoro musicale di Leonard Bernstein uscì nel 1961 per la regia di Jerome Robbins e Robert Wise; all’epoca (un momento di profonda crisi economica e creativa per il cinema hollywoodiano), i grandi kolossal dovevano nutrirsi di spettacolo, con l’obiettivo di stupire il pubblico grazie alla loro estetica. Nel 2021, Spielberg riprende West Side Story proponendone una lettura politica disarmante (sull’America contemporanea lacerata dal razzismo e dal trumpismo) e, ancora più sorprendentemente, cinefila (l’incipit strepitoso ricalcato da Quarto potere di Orson Welles). Un’ennesima lezione di regia, in cui ogni passo di danza e ogni movimento di macchina hanno un significato ugualmente spettacolare e politico. Un capolavoro che, ebbene sì, è superiore anche alla versione tradizionale del 1961.
4. Lo Squalo (1975)
Avremo bisogno di una nave più grande. Uno dei più grandi cult della storia del cinema, il saggio di regia definitivo sulla tensione. Il manifesto dello Steven Spielberg al servizio della forma. Jaws è una delle più strabilianti testimonianze del caos che regnava sovrano negli Stati Uniti a cavallo tra il pre e il post Watergate. Una nazione senza più riferimenti storici, che sta iniziando a masticare abbondanti bocconi di post-verità. E in effetti, il primo capolavoro di Spielberg introduce discorsi di incomunicabilità che esploderanno nel successivo Incontri ravvicinati del terzo tipo. Nella forma di un film di genere d’ambientazione estiva (quello che in Italia avremmo ribattezzato come “Horror di Ferragosto”), poche altre volte nei cinque decenni cinematografici successivi si è riuscito a raccontare così tanto, attraverso la sola forza del contesto e delle immagini prive di dialogo, del presente di una nazione. Vogliamo aprire il lido per la stagione estiva, che importa se una creatura da un altro mondo è in agguato, pronta a divorare ogni nostro cittadino? La spensieratezza dell’alta stagione estiva non può essere cancellata, neanche quando ci si ritrova con la testa nella bocca del leone (dello squalo in questo caso). Nell’espressione di Roy Scheider che trovate in cima al paragrafo, c’è racchiuso un intero decennio di Storia Americana.
3. Schindler’s List (1993)
Uno dei film storici per eccellenza e sicuramente uno dei più rilevanti per quanto concerne il tema dell’Olocausto. In questo capolavoro non esiste un solo elemento che non sia perfetto: la fotografia mozzafiato di Janusz Kamiński, la colonna sonora dolente di John Williams e l’interpretazione magistrale di Liam Neeson. Vincitore di ben sette premi Oscar, Schindler’s List sbatte in faccia allo spettatore il valore simbolico, storico, religioso, culturale e, soprattutto, personale degli oggetti, la cui sottrazione e sradicamento può essere rimarginata solo scavalcando il grande schermo e andando oltre il cinema, come avviene nell’imponente e colto finale del film.
2. The Fabelmans (2022)
L’otto e mezzo di Spielberg. In virtù del discorso di cui sopra sulla “trilogia” della famiglia, The Fabelmans funge da controcampo di Incontri ravvicinati. Mamma e papà Fabelman sono una pianista e un ingegnere meccanico. In Incontri, il mezzo attraverso cui gli scienziati riscono a comunicare con gli alieni è un computer collegato a una tastiera. Proprio perché The Fabelmans è un’opera legata intrinsecamente al concetto di incomunicabilità. Forse, Spielberg ha solo scritto storie di alieni in quasi sessant’anni di carriera perché sente di poter trovare più risposte attraverso il dubbio, l’assenza di una lingua verbale comune e soprattutto, attraverso una comunicazione per immagini. La vita di Sammy Fabelman passa attraverso le immagini, che sono da sempre l’unico modo che ha per raccontare sé stesso al prossimo. Il prologo del film, con il piccolo intento a ricreare la scena del treno de Il più grande spettacolo del mondo per esorcizzare i suoi incubi, è tra le più sincere lettere d’amore al cinema e alla maternità che siano mai state filmate.
1. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)
L’opera-mondo di Steven Spielberg. Un flop annunciato, dopo il risultato epocale de Lo Squalo di due anni prima. Spielberg ribalta sé stesso e quello che fino a quel momento era stato il suo cinema, come un calzino, girando un film che spiazza l’umanità: Incontri ravvicinati del terzo tipo sintetizza in due ore la natura della fantascienza: un costrutto fantastico capace di ingigantire allegoricamente un malessere. Quale malessere? Quello di una nazione senza più punti di riferimento, prossima a “vendersi” ad alcuni dei governi più reazionari della storia? Oppure quella di una famiglia spaccata in due da un padre terrorizzato dall’idea di essere diventato adulto? Stranamente, anche in questo film, viene mostrato (due volte) Pinocchio. In un momento storico in cui gli Stati Uniti vivono la comunicazione come una moderna Babilonia, in cui ognuno abbaia in una lingua diversa dal prossimo, incomprensibile, l’umanità cerca di elaborare un sistema semiotico e musicale per realizzare la più grande impresa di sempre: comunicare con una specie extra-terrestre/far aprire al dialogo un padre di famiglia con moglie e figli.