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RFF 20 – The Toxic Avenger: il trash non è un genere, ma un’attitudine

toxic toxic

Presentato in anteprima nella sezione Grand Public del festival capitolino, The Toxic Avenger è il remake dell’opera dallo stesso titolo del 1984 diretta da Llloyd Kaufman e Michael Herz, uno dei titoli più celebri della Troma Entertainment, capostipite di una tetralogia.

Il vendicatore tossico vede in questa sua nuova incarnazione Macon Blair alla regia, con Kaufman ed Herz nelle vesti di produttori. A interpretare Winston Gooze, alias Toxic Avenger, Peter Dinklage (che abbiamo avuto modo di apprezzare anche in Roofman, presentato al BFI Film Festival), accompagnato da Elijah Wood, Jacob Tremblay, Taylor Page e Kevin Bacon in ruoli secondari.

Questa riproposizione in salsa hollywoodiana del capolavoro Troma (il film è prodotto dalla Legendary Pictures, per darvi un’idea) è stata tenuta sotto chiave per ben due anni e mezzo. The Toxic Avenger fu mostrato per la prima volta al pubblico nel marzo 2023, in occasione del festival South by Southwest in Texas. Blair e compagni hanno impiegato due anni per trovare un partner distributivo.

Guardando il film, i nodi sembrano venire immediatamente al pettine, da questo punto di vista. Parliamone senza fronzoli: è uno dei film più inutili dell’anno. Il vendicatore tossico di casa Legendary non è altro che il tentativo improponibile di ricreare le atmosfere di un film di genere commedia grottesca/splatter di metà anni ’80. Paradossalmente però, il medio-budget con cui è stato messo in piedi, rende impossibile questa rievocazione di genere.

Il modo in cui Macon Blair cerca di rendere trash le sequenze d’azione, piuttosto che le innumerevoli, affloscianti, gag da commedia spoof, è talmente ricercato da fare il giro e risultare troppo fittizio. A partire da un aspetto cruciale nel cinema splatter: l’effettistica, che negli anni ’80 e ’90 trovava incarnazioni (ed esplosioni) virtuosissime negli espedienti tecnici più artigianali. Il remake di Toxie non fa’ altro che abusare di effetti digitali (volutamente) ridicoli, nel tentativo disperato di replicare quell’estetica.

Qual è il punto, però? In un’industria in cui, pochi anni or sono, il figlio putativo di Lloyd Kaufman, James Gunn, ha girato, praticamente, un Troma-movie con i mezzi di un blockbuster (The Suicide Squad) e in cui, per di più, è stato distribuito un altro remake di un grande classico di genere degli anni ’80 come Una pallottola spuntata, non c’è spazio per The Toxic Avenger.

Se da un lato hai il CEO dei DC Studios, che porta e ri-porta in auge le regole del “gioco di Kaufman”, e dall’altro hai una spoof-comedy ben più consapevole dei propri mezzi e dei toni dettati da un genere così drastico, non hai spazio di manovra. Sei il più debole tra i tre esempi.

Sulla questione “remake Troma”, non ha troppo senso esprimersi poiché i raffronti non fanno bene a nessuno (in primis al dibattito critico), soprattutto in virtù di una scelta di design e temi ben precisa che Macon Blair ha designato: il design di The Toxic Avenger non richiama più di tanto il mondo di Tromaville, quanto più l’immaginario gotico ricorrente nei primi lavori di Tim Burton. La città in cui è ambientata il film (Saint Roma Village, che nome sofisticato!) richiama scenograficamente la Gotham del dittico dedicato a Batman del regista di Burbank. Cosi come la descrizione dell’alta borghesia imprenditoriale (incarnata nel personaggio di Kevin Bacon) è tanto ridicola quanto fascinosa e perversa, proprio come quella dei villain burtoniani di quel periodo (Jack Nicholson in Batman, Christopher Walken in Batman – Il ritorno).

Per inciso, il gancio ai Batman di Burton non è dovuto soltanto alla presenza di un Elijah Wood “pinguinizzato”.

Dulcis in fundo, la questione ambientalista. The Toxic Avenger desidera così ardentemente essere un film spiritualmente anni ’80, al punto da propinare una retorica figlia di quel decennio (ma anche dei due precedenti) in merito alla questione ecologica. Parlare oggi, nel 2025, di piccoli centri abitati messi sotto scacco da fabbriche e multinazionali, che rivendono alla popolazione locale beni di uso comune rimpinzati di sostanze cancerogene, risulta anacronistico.

La realtà dei fatti, è che il trash da cinema di Serie B che Macon Blair cerca di inscenare, è come il punk-rock: non è un genere riproducibile attraverso un codice, uno schema. È un’attitudine, o ce l’hai, o non ce l’hai.

La risposta in questo caso, è ovvia.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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