Una grande attrice di teatro esordisce alla regia con un film su una grande attrice cinematografica che è, in fin dei conti, fastidiosamente teatrale.
È ciò che ha fatto Monica Guerritore quando ha deciso di omaggiare Anna Magnani, raccontando attraverso il suo Anna i momenti salienti della vita dell’attrice di Roma città aperta. La notte della vittoria del Premio Oscar per La rosa tatuata diventa il punto di partenza e l’ambiente psicologico principale da e su cui si sviluppa l’intero racconto biografico.
Sebbene la pellicola possa essere quantomeno vagamente accettata in virtù degli obiettivi editoriali del progetto, perlopiù di ordine divulgativo e popolare (si sospetta un passaggio televisivo rilevante dopo l’uscita in sala), dal punto di vista estetico non convince.
Il marasma di slow motion accompagnati spesso da un voice over eccessivamente melodrammatico tanto da risultare troppo retorico e quasi perentorio, unito a battute dal dubbio gusto (“Una delle notti dove tutto può accadere, anche se nella mia vita è tutto già accaduto” oppure “è lupa stanotte: sta a fiuta’ la vita sua”), che sembrano manifestarsi da un quaderno di aforismi piuttosto che da una sceneggiatura, e l’immancabile reenactment delle scene più celebri della carriera di Magnani (con tanto di parallelismo psicologizzante tra la tragica corsa di Roma città aperta e quella reale dell’attrice che porta il figlio in ospedale) condannano anche i virtuosi intenti programmatici di cui sopra.
Pertanto, il film sembra ridursi a un mero assolo performativo di Monica Guerritore, sinceramente poi non tanto brillante a livello recitativo se la si osserva in tutta la sua esagerata teatralità; non a caso, l’intera pellicola è funestata dall’incertezza, comune a questo tipo di produzioni nostrane, su quale sia il modo corretto di alternare dialoghi e battute in dialetto e in dizione italiana, sebbene tutto il racconto si svolga a Roma dagli anni ‘50 agli anni ‘70.
Per tutti questi motivi il film non riesce neppure nell’intento di commuovere lo spettatore attraverso il finale che mette in scena la morte dell’attrice, ricco, come di consueto, dei soliti materiali d’archivio e di inerti immagini poetiche (una su tutte: le onde del mare).
Voto:
2.0 out of 5.0 stars