Quattro anni dopo il Leone d’oro e i due Oscar vinti per Nomadland, Chloe Zhao torna ad adattare un romanzo per il grande schermo. Hamnet, presentato fuori concorso alla Festa del Cinema di Roma, è tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, ispirato a un evento curiciale nella vita e nella carriera del giovane William Shakespeare.
Shakespeare (che nel film non viene mai chiamato per nome) è interpretato da Paul Mescal, che è, tuttavia, soltanto il co-protagonista dell’intimo racconto tra amore, esoterismo e thanatos di Chloe Zhao, sicché la protagonista assoluta è la splendida Jesse Buckley.
La Buckley interpreta Agnes, moglie del drammaturgo, giovane donna discendente da una presunta stirpe di streghe, di cui l’uomo si innamora perdutamente. I due amanti vengono descritti dalla Zhao nel primo candido atto di Hamnet come due incompresi all’interno dei rispettivi nuclei familiari, accostati a più riprese (lapalissianamente) a Orfeo ed Euridice, per via della natura sovrannaturale della ragazza.
L’opera si contraddistingue per coerenza e accuratezza su un piano filologico, assimilando con personalità e coerenza la poetica di Shakespeare, così da cucire un abito su misura per i due protagonisti. La solita, raffinatissima, formalità della regia di Chloe Zhao impone un codice estetico tra il solenne (in termini tonali ed esoterici) e il pittorico, al punto da comporre ogni immagine del film come fosse una tavola a olio risalente all’Epoca Vittoriana, in quanto a raffigurazione eterea del naturalistico. La straordinaria fotografia a cura del maestro Lukasz Zal (Ida, Cold War, Sto pensando di finirla qui) conferma nuovamente di raggiungere i propri picchi qualitativa quando immersa nel naturalistico, vero teatro di posa di questa mitizzazione della vita del Bardo di Avon.
A tal proposito, la questione naturalistica si estende e si espande come per natura, rispetto alle precedenti opere dell’autrice. La natura per Zhao, fortifica l’animo delle protagoniste quando preferita da queste ultime alla civilizzazione che avanza. Liberare la mente (dunque l’anima) dalla realtà della grande comunità (dal sistema capitalistico) migliora l’individuo, vedi i nomadi di Nomadland (annientati socialmente ed economicamente dalla crisi immobiliare del 2008), che ritrovano la propria ragion d’essere nella convivenza con gli immensi spazi del West statunitense.
Il mistico, la connessione con la natura (la propria natura, o quella circostante, che abbraccia Agnes sin dalla prima, splendida, inquadratura?), il fatalismo e l’accettazione passiva di un inevitabile rapporto di sottomissione all’idea della morte, sono tutti archetipi del teatro shakespeariano, che Chloe Zhao adatta con grazia all’interno della sua versione dei fatti.
“Hamnet e Hamlet sono intercambiabili”
Questo, in sintesi, sostiene il cartello che apre il film. Hamnet e Judith sono i gemelli, secondogeniti, della coppia. La morte di Hamnet, sopraggiunta in tenera età, spezzerà, forse irreversibilmente, l’armonia della famiglia, ma al contempo sarà l’origine di ogni male shakespeariano (inteso in chiave personale) e di ogni fortuna drammaturgica per l’autore. Hamnet diverrà Hamlet. La catarsi, nel buon film della Zhao, si fa mezzo, permettendo all’autore di esorcizzare il trauma della morte di suo figlio oltre all’apocalittica consapevolezza che se non provasse a intervenire, perderebbe anche la sua famiglia.
Nell’atto centrale di Hamnet, quando la vita matrimoniale allontana Agnes dalla sua foresta, luogo in cui incontra l’uomo della sua vita, oltre a mettere al mondo la sua prima erede, la componente esoterica evapora gradualmente dal tessuto linfatico del film. Riesumerà poi nell’epilogo, con la prima messa in scena dell’Amleto shakespeariano, in particolare, durante il ritorno di re Amleto dal regno dei morti. Un portale (il palcoscenico) tra Terra e Ade che, attraverso la finzione, ricongiunge i due amati (madre e figlio, Agnes e Hamnet), che a differenza di Orfeo ed Euridice, possono guardarsi negli occhi un’ultima volta, senza perdersi per l’eternità.
Note di demerito che non mancano, tuttavia. In primis la recitazione, sempre troppo caricata (e caricaturale) di un vulcanico Paul Mescal, che non viene peraltro supportato dalla sua regista. La Zhao lo allontana dalla scena per lunghe porzioni di storia (giustificando questa assenza con la fuga dello scrittore a Londra, mentre la famiglia resta a vivere in campagna), salvo poi farlo rientrare in preda ad attacchi d’ira. Troppo immediato, raccordato con frettolosità.
La seconda perplessità è legata ad alcune scelte di ricostruzione storica. Nel primo atto, sembra che i personaggi, per quanto provenienti dal XVI secolo, si comportino e si esprimano come se interpretassero personaggi risalenti al XX secolo, se non addirittura al nostro. Questa decisione, col senno di poi stordente, oltre che banalmente errata, viene poi tradita da un secondo atto che attinge a piene mani dal lessico del ‘500, oltre che dai temi ricorrenti della letteratura figlia degli anni della Peste Nera (nichilismo passivo su tutti), passando anche, infine, per temi figli del crepuscolarismo.
In conclusione Hamnet convince per la sua minuziosa sintetizzazione di temi e figure shakespeariane, oltre che per l’eleganza della messa in scena, fallendo però miseramente nell’adattamento in chiave contemporanea dei ruoli del maschile e del femminile, che restano soltanto degli accenni. Macchie di luce, su una tela appena abbozzata.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars