Presentato in concorso alla ventesima Festa del Cinema di Roma, Re-Creation segna il ritorno dietro la macchina da presa del regista di Nel nome del padre e Il mio piede sinistro. Si tratta di una riproposizione del procedural drama per antonomasia: La parola ai giurati di Sidney Lumet.
Come nell’originale, il film di Jim Sheridan si apre con la votazione di dodici giurati per decidere le sorti della vita di un ergastolano accusato di aver assassinato la sua compagna in preda a un attacco d’ira. Sembra che non ci siano speranze per l’assassino, ma al momento del verdetto, una giurata vota in favore della non colpevolezza, costringendo la giuria a rivalutare l’intero caso.
Parliamoci chiaramente, Re-Creation è un film epocale, destinato a rivoluzionare il genere. Se solo fossimo nel 1950.
Per novanta minuti, interminabili botta e risposta tra i giurati, tutti provenienti (così viene annunciato durante il prologo) da nazioni diverse della comunità europea, per costituire un gruppo di lavoro eterogeneo. All’atto pratico però, il film si contraddice da solo, siccome mezza giuria è britannica. In più, una delle giurate non capisce l’inglese e si degna di richiedere una traduzione soltanto al termine dell’ultima seduta, dopo aver trascorso mesi di reclusione ad analizzare il processo.
La confusione regna sovrana, al punto da scandire i dialoghi (il film consta in tutto di quattro macro-sequenze, così che i dibattiti tra i giurati possano essere spezzati da alcune scene-intermezzo che fungano da ellissi temporali tra le sedute) in maniera così frettolosa da far perdere il filo del discorso di continuo, anche nel corso della medesima linea di dialogo tra giurato #1 e giurato #3, per dare un esempio.
Volendo interpretare l’impianto narrativo-politologico di Re-Creator, salta all’occhio come l’intenzione dell’autore fosse quella di raccontare attraverso una giuria composta da anime europee diverse, un’Unione Europea sempre più a corto di lucidità, spirito di iniziativa e coesione tra i propri membri, su un piano strategico, legislativo, istituzionale.
La realtà dei fatti, è che questa impressione meta-testuale viene annullata da una confusione totale e annichilente. Sheridan non riesce a tenere salda la presa sul timone, mentre la nave, lentamente, affonda. La pluralità di temi introdotti e spalmati lungo una durata francamente irrisoria per un caso di femminicidio di questa portata, con frettolosità.
Ciliegina sulla torta: il film si apre con dei cartelli e delle diapositive che raccontano allo spettatore l’antefatto, esplicando inoltre che Re-Creation (da qui, forse, il senso del titolo) è tratto da una storia vera e che la sceneggiatura si basa su registrazioni audio e video delle forze dell’ordine.
Questo taglio da docu-film incentrato su una ricostruzione crime però, svanisce nel nulla, come lacrime nella pioggia, dopo l’incipit.
Un disastro, caotico e a tratti discutibile su un piano della riflessione sulle correnti ideologiche del presente. Forse, nell’atroce scena in cui due giurati ricreano il momento in cui la vittima è stata assassinata (utilizzando gli oggetti della scena del crimine, tra l’altro), la scrittura del film abbraccia anche il suo lato parafiliaco. Alquanto turbante.
Voto:
1.5 out of 5.0 stars