Sebbene si possa sostenere con forza che Roofman sia l’opera più vuota, superflua e anonima di Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un tuono), il film (presentato in anteprima il mese scorso al Toronto International Film Festival), resta comunque gradevole e affascinante. Nei panni del protagonista c’è Channing Tatum, in grande spolvero e pieno di soluzioni (a tratti anche delicato), insieme a una Kirsten Dunst prepotente.
Roofman racconta gli anni di attività del veterano dell’esercito americano e rapinatore seriale Jeffery Manchester, al quale i media affibbiarono l’alias giornalistico “Roofman” (uomo-soffitto) per via del suo modus operandi: sfondare i tetti dei locali McDonald’s per rubare i contanti in cassa, così da non far scattare l’allarme. Rapinò eseguendo la stessa operazione 48 sedi della catena, nei primi anni ‘2000.
Manchester fu successivamente catturato, giudicato colpevole dalla corte di giustizia della Carolina del Nord e condannato a quasi cinquant’anni di prigione. Riuscì a evadere, trascorrendo per mesi la sua latitanza nascosto in un negozio di giocattoli a Charlotte. Spinto da un istinto paterno e dal desiderio di provvedere al benessere della sua famiglia, Jeffrey “Roofman” Manchester raggiunge i suoi picchi di splendore come per riflesso delle sfide imposte dagli oneri finanziari che il genere maschile è tenuto ad adempiere, per sopravvivere in un mondo capitalista.
L’interpretazione di Tatum è definita principalmente dalla “questione di genere”. Indossa quasi sempre abiti con sfumature di blu, la cui freddezza è ribadita dai colori complementari che caratterizzano le scenografie dei luoghi in cui si muove, come il McDonald nella scena d’apertura o il bagno del negozio di giocattoli. Ma soprattutto, il piccolo angolo nascosto dietro una parete vuota in cui vive durante le ore diurne – quando il negozio è aperto al pubblico – che, oltre a essere recintato da un muro blu scuro, è tappezzato di immagini che ritraggono le icone pop più amate dai bambini (su tutti, Spider-Man).
Associando questi elementi cromatici e scenografici alla figura e allo status di Channing Tatum (che non smette mai di incarnare una pittoresca mascolinità americana, congiunta alla necessità quasi perversa del protagonista di sostenere finanziariamente la sua famiglia), Jeffery viene ridotto a uno stereotipo di genere ambulante. Ad ogni modo, Cianfrance tenta di turbare sia la mascolinità intrinseca che quella estrinseca di Manchester facendolo muovere in spazi femminili stridenti (la chiesa frequentata da Leigh, casa sua), tutti codificati attraverso sfumature di colori comunemente associate alla femminilità.
La giustapposizione creata dall’abitazione clandestina di Jeffrey, contrapposta al mondo femminile, colpisce visivamente al punto da ridicolizzare in chiave autoriflessiva il comfort di un uomo che vive secondo valori femminili. Tuttavia, prendendo in oggetto la natura gentile di Jeffery, l’incoerenza estetica creata da queste due entità, rivela la sua affinità per i rituali dediti alla cura dell’altro. Ma al contempo evidenziano il disagio per le responsabilità sociali che gli vengono atavicamente attribuite.
Tuttavia, questi stessi spazi sapientemente manipolati dal regista, si spandono oltre il loro significato di genere per tutta la durata di Roofman, accarezzando con delicatezza la sfera politica, senza uscire però dai confini di evasione che cullano il film. La scena d’apertura del film è ambientata in un McDonald, durante una delle prime rapine a mano armata di Jeffery, introducendo uno dei brand-emblemi (se non il più riconoscibile) della cultura consumistica americana. Sebbene non sia Jeffery a essere confinato nel fast food, bensì i tre docili dipendenti che incontra e che “tiene sotto sequestro”, ciò che porterà all’inevitabile reclusione di Jeffrey, è il suo audace ingresso in questo tempio del capitalismo. Un’espansione metaforica simile si applica alla sua latitanza e reclusione (autoimposta) nel negozio di giocattoli, all’interno del quale è similmente confinato.
Questa ripresa ciclica del confinamento tra le mura del consumismo, dipinge questo passaggio come inevitabile, (indipendentemente dalla consapevolezza dietro queste azioni), nel mondo del lavoro.
Sebbene la correlazione tra furto e dinamiche capitaliste sia iper-caricata in certi contesti cinematografici, Roofman non riesce nemmeno a collocare con criterio le donne all’interno della struttura aziendale. Una lacuna tematica di questo tipo può talvolta essere trascurata, poiché una esplicazione tra le righe è spesso efficiente su un piano comunicativo.
Tuttavia, giocando con le dicotomie di genere fin dall’inizio del film, Cianfrance impone a sé stesso un’esplorazione sfaccettata, che purtroppo non è in grado di far sbocciare in toto. Pur essendo una madre-lavoratrice che ha da poco divorziato, il modo in cui Leigh affronta le proprie insidie familiari e professionali, risulta un po’ troppo semplicistico, comodo. Pur svolgendo un lavoro a tempo pieno con un salario minimo, frequenta la chiesa assiduamente, sembra essere una madre devota e attenta, oltre ad avere una casa al di sopra delle sue possibilità finanziare, per quanto romantico e fanciullesco. Questo non significa che una vita simile sia del tutto irraggiungibile per una donna appesantita dai suoi stessi fardelli, ma la sua immagine idealizzata esclude il fatto che Leigh (e le donne che rappresenta) siano ugualmente (se non più) schiave delle routine capitalista rispetto agli uomini. Poiché qualsiasi disattenzione nel lavoro potrebbe costare loro molto di più di una semplice castrazione sociale o simbolica.
Il film è certamente avvincente, ma a causa delle sue preoccupazioni semipolitiche, si colloca in una posizione di svantaggio, finendo col diventare uno dei film meno anticapitalisti dell’anno. Pertanto, Derek Cianfrance consente al pubblico di avvicinarsi a Roofman senza troppa convinzione, facendogli percepire l’opera come un’escursione di due ore, piuttosto che uno studio sociologico, un modo di raccontare una storia in cui (nei precedenti capitoli della sua filmografia, aveva dimostrato una fluidità convincente.
2.5 out of 5.0 stars