L’indipendenza del Senegal ha segnato l’età d’oro del suo cinema nazionale, con il periodo che va dagli anni ’60 agli ’80 a testimonianza di un aumento senza precedenti della produzione, oltre al maggior numero di sale cinematografiche attive di sempre. Altrettanto rivoluzionarie sono state la rinnovata democratizzazione delle modalità produttive del contenuto delle opere (due aspetti che, in precedenza, erano supervisionati dalla legislazione coloniale francese), così come la messa in primo piano delle tradizioni cinematografiche senegalesi, da parte di autori come Ousmane Sembène, Djibril Diop Mambéty e Safi Faye.
Nonostante il forte declino causato dalle pressioni economiche e dagli effetti dannosi delle politiche di aggiustamento strutturale imposte dalle istituzioni internazionali a partire dagli anni ’90, gli anni 2010 hanno dato nuovamente spazio a talenti di fama internazionale, al punto da far arrivare il cinema senegalese in alcuni dei principali festival internazionali.
Tuttavia, l’instabile industria cinematografica senegalese non ha mai perso di vista la sua caratteristica più distintiva: il cinema d’autore, siccome gli spettatori sono sempre stati abituati (ed educati) da registi rivoluzionari, indipendentemente dall’epoca. I registi senegalesi non hanno mai distolto l’attenzione dal passato coloniale del paese; le nuove generazioni di registi infatti, tornano spesso ai temi sollevati dai loro predecessori, maestri di coscienza politica, in primis. Con il suo film d’esordio del 2023, Banel & Adama, che rende omaggio all’agenda anticoloniale e alle prodezze metaforiche del cinema di Ousmane Sembène, Ramata-Toulaye Sy, regista e sceneggiatrice franco-senegalese esordiente, è l’incarnazione definitiva del fascino duraturo del cinema senegalese per la ricercatezza formale e la retorica anticoloniale.
La storia ruota attorno a una coppia, Banel e Adama, che vivono in un villaggio rurale nel nord del Senegal. Mentre la siccità pregiudica la loro comunità, il loro amore incondizionato sembra in contrasto con i costumi della loro famiglia. Anche se non è esplicitamente anticoloniale nella sua narrazione, l’iconografia nazionale stilizzata dalla Sy può essere facilmente intesa come riferimento allo sfruttamento e al colonialismo, riaffermando il cinema senegalese come innatamente radicale.


Dialogando con alcune immagini d’acqua, tipiche del cinema di Ousmane Sembène, la descrizione della giovanissima regista del trauma collettivo che le popolazioni sub-sahariane sopportano a causa delle siccità legate al cambiamento climatico, fa sì che le immagini del suo film valorizzino intrinsecamente i corpi d’acqua. Si tratta di un catalizzatore narrativo (piuttosto che un motivo visivo) e l’autrice impregna il suo Banel & Adama di immagini che si soffermano sull’acqua corrente, o sul fiume che attraversa il villaggio dei protagonisti. Gli spettatori vengono introdotti al corpo d’acqua prima ancora di incontrare i due protagonisti della storia, sebbene il fiume, inquadrato all’alba, sia inizialmente mostrato come un’entità ostile, poco accogliente.
Chi ci aiuta ad accrescere la nostra conoscenza del fiume è Adama. La ragazza racconta il mito di una sirena, che si dice abbia catturato un pescatore, trascinandolo nelle profondità del fiume. Questa descrizione morbosa è poi seguita da una ripresa subacquea che inquadra l’ombra di un individuo sconosciuto che guarda verso la macchina da presa, immobile. Dato che i francesi favoriscono il Senegal in virtù del suo comodo accesso a fiumi, laghi e al mare, la rilevanza visiva che la Sy concede al fiume all’inizio del film, imprime delle elucubrazioni coloniali nelle scene di apertura.
Il colour grading del film, esaspera le sfumature bluastre del mattino; i sentori intrinsecamente coloniali del fiume sono poi corrotti dalla malinconia e dalla vastità insiti al colore, stabilendo così il fiume come una cattedrale della memoria imperiale. L’immobilità dell’acqua merita lo stesso riconoscimento, in quanto evita il movimento di risciacquo che caratterizza l’acqua, rendendo il passato coloniale del Senegal un calvario stagnante, da cui la nazione non è stata in grado di ripulirsi. Inoltre, la messa in scena del racconto popolare di Adama, attraverso l’emulazione cinematografica di un corpo che sta affogando, corrompe ulteriormente i distintivi coloniali, raffigurando le nozioni di soffocamento e morte come sottostrutture fondamentali per il dominio colonialista.
Così, disturbando l’impressione che lo spettatore ha del fiume, del villaggio o del paese nel suo complesso, l’attenzione viene spostata sul buio, sui cui il moderno Senegal ha dovuto edificare il proprio sviluppo.


Ramata-Toulaye Sy procede ad espandere le manifestazioni formali e narrative del fiume dopo averlo definito simbolo di crudeltà coloniale. Messo in rilievo al centro e sullo sfondo dell’inquadratura (un totale) che raffigura le donne del villaggio che lavano i loro vestiti nel fiume, l’autrice ricorda agli spettatori la sua presenza circostante. Vestite di tessuti tipici del Senegal rurale e di copricapi, le donne strizzano ripetutamente l’acqua del fiume dal loro bucato, con l’obiettivo di pulire i vestiti da eventuali impurità. L’atto ossimorico di lavare nel fiume e poi lavorare per eliminare qualsiasi contaminazione, evidenzia le ripercussioni cicliche dell’eredità imperialista.
Dato che il fiume è l’unica fonte d’acqua attraverso la quale questa necessità può essere soddisfatta, le donne non hanno altra alternativa se non quella di utilizzarlo, rispecchiando direttamente l’ineluttabilità delle strutture e delle richieste coloniali francesi, alle quali la popolazione senegalese non ha avuto altra scelta che conformarsi. L’atto di saturare i tessuti culturali con la sostanza corrotta, implica la sua impregnazione di identità, sia individuale che nazionale, un’idea che la Sy ribadisce quando il sudore di Banel cade sul foglio, macchiando la scritta che recita il suo nome accanto a quello di Adama.
Tamponando l’inchiostro sulla scritta ‘Banel e Adama’ – ripetuta così tante volte da riempire tutto il figlio in lunghezza – la regista implica attraverso questa traduzione microcosmica del significato politico dell’acqua, che anche con uno sforzo deliberato e persistente per confermare l’autentica identità senegalese, l’ambiguità prevarrà. Tuttavia, il distinto ottimismo della Sy viaggia attraverso le donne e il lavoro identificatore di Banel, poiché raffigura i cittadini senegalesi come inesorabilmente coinvolti nel forgiare un Senegal pulito dall’infiltrazione francese, incoraggiando una criticità simile tra i suoi spettatori senegalesi.


Sy giustifica la ricchezza visiva di Banel & Adama con un altro motivo che allude al passato dello sfruttamento coloniale del Senegal, anche se gli animali morti che sporcano il film suggeriscono una questione più ampia di violenza epistemica. Il commercio del villaggio si regge su pastorizia e proprietà di bestiame; le scene incentrate sulla catena alimentare, raccontano di una forma di violenza estrema che viene inflitta a una vittima incapace di reagire. In tal senso, l’abbattimento della mucca è rappresentativo del modo in cui la popolazione senegalese veniva trattata come un capitale: mangime per le strutture di potere; mercificata in un mondo occidentale guidato dal denaro e dagli ideali capitalisti.
La scena è lontana dal tradizionale cinema romantico coloniale, in quanto la macchina da presa non teme di mostrarci l’atto viscerale di squarciare il collo di una mucca. Questo costringe sia gli spettatori locali che stranieri a partecipare (con disagio) a un tributo, mentre assistiamo alla feroce imposizione del potere su un corpo incapace di sfuggire al suo destino. Man mano che la siccità si protrae, il bestiame collassa lentamente e si riduce a un insieme di creature impotenti, consumate dal loro ambiente spietato. La moltitudine di corpi, sparsi su un terreno arido, mirano anch’essi a un processo collettivo di disumanizzazione. Avendo come punto di partenza il totale disprezzo per l’uso di risorse redditizie locali, il Senegal è stato poi ridotto a uno spazio commerciale per le forze coloniali francesi che, prima della fine del XIX secolo, consideravano superflui i rapporti con la popolazione. Pertanto, le carcasse che non vengono mai rimosse o smaltite dalla periferia del villaggio (venendo invece trascurate), rappresentano il disprezzo per le risorse immateriali e inadeguate da parte di uomini la cui coscienza è puramente orientata verso il profitto tangibile. Certamente, si tratta di una lettura estremista; la Sy presenta in effetti rappresentazioni grafiche di vite vittimizzate come mezzo per democratizzare la brutalità che, sebbene non universale, dovrebbe essere compresa o affrontata da tutti.
In conclusione, Banel & Adama è un film ammirevolmente flessibile che tocca con sollecitudine tematiche ancor più attuali del neo o del post-colonialismo, indipendentemente dall’approccio unilaterale di questo saggio. Tuttavia, il suo intreccio intenzionale con le convenzioni metaforiche di Sembène attribuisce al film una sfumatura de-coloniale che non può e non deve essere ignorata. Estendendo le sue tradizioni e messaggi evocativi alle nuove generazioni e ai circoli internazionali, la regista e sceneggiatrice è giustamente celebrata per ricordare al pubblico locale e diasporico la ricca storia del Senegal e gli artisti rivoluzionari che hanno combattuto battaglie industriali e politiche più ampie.
Opere citate
- Fofana, Amadou T. “A Critical and Deeply Personal Reflection: Malick Aw on Cinema in Senegal Today.” Black Camera, vol. 9, no. 2, Spring 2018, pp. 349-359. Indiana University Press.
- Kolawole, Michael. “Djibril Diop Mambéty’s Touki Bouki.” The Brooklyn Rail, July 2023, brooklynrail.org/2023/07/film/Djibril-Diop-Mambtys-Touki-Bouki/. Accessed 30 Nov. 2025.
- Sternbach, Lucy. “Banel & Adama.” Screen Slate, 27 Apr. 2024, www.screenslate.com/articles/banel-adama. Accessed 30 Nov. 2025.