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Perfettamente in linea con una retorica cinematografica paziente, attenta e non-conversazionale che Kelly Reichardt ha manovrato e perfezionato per oltre trent’anni, la sua ultima opera The Mastermind si allontana molto dagli orpelli dell’inconcludenza e dell’impersonalità che sono spesso sintomatici del suo approccio idiosincratico alle convenzioni dello slow cinema. Probabilmente, The Mastermind è il suo film più dichiaratamente politico, e questa fluidità ideologica deriva principalmente dalla sua preoccupazione autoriale per il paesaggio, l’ambientazione e il contesto. Il film è ambientato a Framingham, nel Massachusetts, durante il secondo governo Nixon. Ci è inizialmente suggerito dai costumi e dalle scenografie studiati nei minimi dettagli, le cui palette di colori sono amalgamate con sapienza così da risaltare la moda e le tendenze cromatiche affini alla geotemporalità del racconto; è in definitiva l’impegno della Reichardt nei confronti delle immagini di un’autorità annaspante a impregnare la narrazione con la coscienza politica dell’epoca.

Protagonista del film, Josh O’Connor nei panni di JB, un ladro di musei subdolo per natura, seppur dilettantesco. Vive senza troppa convinzione in una famiglia popolata dai suoi due figli e da sua moglie Terri (Alana Haim), una donna impassibile. Oltre ai suoi genitori, tradizionalisti e anziani (Hope Davis e Bill Camp.
The Mastermind racconta di una frettolosa rapina di quattro dipinti di Arthur Dove orchestrata da JB dal suo museo in Massachusetts. Sebbene all’apparenza sembra si tratti di una trama superificiale, Kelly Reichardt sfrutta coraggiosamente la questione della rapina per far stuzzicare gli spettatori attivi tra il suo pubblico, per sottolineare la tendenza umana a non avere una visione periferica verso realtà che esistono esternamente a quelle in cui viviamo nella nostra quotidianità.
All’interno di questa tematica, l’autrice è aspramente critica nei confronti delle figure autorevoli e delle generazioni più in là con gli anni, entrambe associate ad atteggiamenti di negazionismo, passività o totale cecità nei confronti degli avvenimenti della contemporaneità. Questa posizione della Reichardt è regolarmente presente nelle scene che si svolgono al Danforth Art Museum, un luogo in cui spesso i gli addetti alla sicurezza risultano refrattari ai reati minori che si verificano sotto ai loro occhi; reati minori perpetrati così silenziosamente e con così poca organizzazione, che la totale disattenzione delle guardie del museo li rende conformi alla criminalità che li circonda.

I dipinti di Arthur Dove minuziosamente selezionati dalla Reichardt, grazie al loro valore simbolico e metaforico, amplifica ulteriormente il tono accusatorio di The Mastermind, poiché è il loro valore culturale, oltre alla loro sparizione dalle pareti del museo, a far emergere il conflitto narrativo. Sebbene al giorno d’oggi venga riconosciuto come uno dei primi modernisti statunitensi, le astrazioni di Dove vengono palesemente sminuite nel film dal padre di JB. Il suo ruolo di ex giudice, congiunto ai suoi limiti generazionali, lo rendono emblema di una moralità americana datata che, negli Stati Uniti degli anni settanta, ha perso rilievo. Una moralità, la cui identità eroica ha vissuto un crollo, innescato dalla sua intrusione spontanea e instabile in Oriente.
La madre di JB avvalora la generalizzazione della Reichardt, poiché i suoi sforzi fuorvianti e ripetuti di accogliere le richieste di suo figlio, nonostante ne riconosca inconsciamente la falsità, raccontano una generazione dedita alla preservazione dei paradigmi tradizionali, pur essendo suscettibile e acritica nei confronti dell’inganno.

Tuttavia, The Mastermind è tutt’altro che un film pessimista. L’azione dell’opera è interrotta incessantemente da scene di proteste contro la guerra in e mentre la serenità di queste ultime viene spezzata dalla brutalità delle forze dell’ordine, il crimine depravato che JB compie pochi minuti prima del finale, viene punito durante la manifestazione stessa. Alludendo alla limitata (seppur innegabile) natura radicale delle proteste di massa. Tuttavia, è la giovinezza che risiede nell’universo cinematografico di Kelly Reichardt a tessere un filo di speranza nel corso dell’opera. Si tratta di una giovane studentessa abbastanza vigile da assistere e reagire alla rapina al museo, nel primo atto; sono i figli di JB e Terri (ragazzini pre-adolescenti) a dimostrare di esser in grado di allinearsi a entrambi i genitori, e sono i giovani che si annumerano tra i manifestanti in strada, incarnando e ravvivando lo spirito progressista di The Mastermind.

In definitiva, The Mastermind è un monito per i ragazzi di oggi, affinché sfruttino il dinamismo, l’accesso alle risorse e la criticità che vengono globalmente ridefiniti con l’avvento delle nuove generazioni. Nel suo film, la Reichardt sostiene che l’organizzazione è un attributo proprio soltanto dei bambini e degli adolescenti, dichiarando che il futuro è nelle loro mani e che la comunità, la forza ideologica e il progresso possono essere coltivati indipendentemente dai tumulti che avvelenano una nazione, una comunità.
Inoltre, il linguaggio adottato dalla regista per raccontare il percorso di JB, lento e anti climatico, si sposa perfettamente con il suo messaggio, siccome le urgenze delle nuove generazioni devono essere prudentemente accompagnate dalla pazienza e dall’accettazione del fatto che un cambiamento duraturo richiede tanta determinazione quanto tempo.

3.0 out of 5.0 stars

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