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BFI London Film Festival – Springsteen – Liberami dal nulla: Jeremy Allen White inanella un’altra prestazione speciale, in un biopic fin troppo misurato

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Presentato in anteprima al BFI Film Festival di Londra, il biopic dedicato a Bruce Springsteen ripercorre i mesi che precedettero la definitiva esplosione commerciale del Boss, i mesi che precedettero la pubblicazione di Nebraska, il suo primo autentico capolavoro.

In Liberami dal nulla Jeremy Allen White incarna meticolosamente corpo e spirito di Springsteen, regalando al pubblico di affezionati (e non) delle prove canore tecnicamente mozzafiato, al punto da far fatica a distinguere le registrazioni vocali di White da quelle dei veri dischi del cantautore.

“Cantautorato” è infatti una parola chiave nella anamnesi del film di Scott Cooper. La fantomatica “liberazione dal nulla” (in originale, Deliver me from nowhere) allude a una pluralità di concetti. Musicali, discografici, psichiatrici. Springsteen cade in depressione dopo il successo del precedente album The River e durante la tournée statunitense del disco, inizia a ricordare.

Ricorda il suo passato, il rapporto conflittuale con suo padre, un alcolista con problemi nella gestione della rabbia, che ricorda vagamente il Robert Mitchum de La morte corre sul fiume. Riconciliarsi col trauma è per Bruce sintomatico di una fase di acuta depressione.

Citando Monicelli, Springsteen – Liberami dal nulla racconta di come un ambizioso artista pop scelga di “capitalizzare il dolore” mutandolo in arte. Ma l’arte, spesso, si fa fatica a venderla in quanto prodotto. Qui subentra la discografia. Questo biopic è sì un film sul processo creativo, ma è, al suo nucleo, un film su un mondo incapace di accettare una transizione.

Come in A Complete Unknown di James Mangold, c’è un musicista che cerca di ovviare a una crisi personale attraverso una rivoluzione strumentale. La chitarra elettrica sta a Bob Dylan come quella acustica sta a Springsteen, nell’ottica dei due biopic (entrambi targati Searchlight).

Lo Springsteen che in una delle prime scene del film canta a squarciagola, davanti alla platea gremita di un palazzetto, “siamo nati per correre”, tra il primo e il secondo atto realizza invece di doversi fermare. Di dover comprendere cosa sta marcendo dentro di sé, da dove derivi questa marcescenza. Le sonorità folk, le distorsioni, il nichilismo gli vengono incontro, per un dialogo in musica tra depressione e vacuità.

Come si può dunque evincere, su un piano musicologico il film di Scott Cooper sorprende per la sua acuta sensibilità, oltre che per una (mai troppo plaudita in questi anni) accuratezza storico-discografica notevole.

Quindi dov’è che l’ingranaggio si inceppa? Da nessuna parte, è proprio questo il problema. Liberami dal nulla funziona, se analizziamo la confezione e il contenuto su un piano superficiale. Scavando però sotto quest’ultima, è lapalissiano specificare che la scrittura di Cooper è fin troppo convenzionale, nei termini (contemporanei) del biopic musicale hollywoodiano.

Su tutti, il rimpianto più grande sta nel non aver negato una spiegazione allo spettatore, in merito ai traumi del protagonista. Fino al termine del secondo atto, il fascino dell’opera sta nel voler evitare di spiegare in forma esplicita il perché di determinati atteggiamenti assunti dal Boss. Le soluzioni all’enigma della sua depressione erano fino a quel punto nascoste nell’intimità dei brani di Nebraska, contrapposti poi dal pop-rock folgorante di Born In the USA, che si ascolta a più riprese nel corso del film.

Dovrebbe essere la base del cinema quella di sottintendere significati e concetti “più elevati”. Farlo in musica poi, sarebbe motivo di lode. E, chiaramente, non è questo il caso.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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