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RFF 20 – Good Boy: le catene della famiglia secondo Jan Komasa

È evidente che il regista polacco Jan Komasa sia perdutamente e forse morbosamente affascinato dalle storie con protagonisti giovani ragazzi che si trovano a interfacciarsi con la violenza a partire dalla loro rottura sociale e individuale con il resto del mondo. Lo aveva dimostrato ampiamente nell’intenso Corpus Christi (candidato all’Oscar per il miglior film straniero nel 2014) e nel brillante The Hater (2020). Tuttavia, era più difficilmente pronosticabile che anche alla sua prima avventura in lingua inglese e al passaggio ai toni della black comedy, decisamente ironici eppure mai troppo leggeri, conservasse lo stesso nitore nel riflettere sulle nuove generazioni.  

È ciò che accade in Good Boy, presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma: dopo una notte di sesso, alcol e droga – narrata opportunamente con un montage ipercinetico che ben restituisce l’estetica dei contenuti usa-e-getta dei social network – il giovane Tommy (un azzeccatissimo Anson Boon) viene rapito da una ricca e borghese famiglia inglese, che lo segrega in cantina con lo scopo di rieducarlo. La premessa sarebbe quella di un thriller claustrofobico e ansiogeno; tuttavia, presto il film si schiude in toni più ironici (esilarante la scena della masturbazione “a campanella”) e preferisce adottare uno stile tra il surreale e il simbolico.  

Il merito maggiore della pellicola è riuscire a coniugare tutti questi aspetti attraverso la sintesi delle immagini, che rimodulano il valore simbolico degli oggetti e degli spazi rendendoli veri e propri correlativi oggettivi dei temi dell’opera. La lucida e a tratti impietosa riflessione sulla famiglia come istituzione e ritualità coercitiva e sulla violenza come habitus principale della società contemporanea (quest’ultimo aspetto è, invero, trattato con meno acredine e pessimismo rispetto ai due film precedenti) si sviluppa proprio a partire dalla relazione che i personaggi instaurano con gli oggetti. Dunque, ecco la catena che conduce Tommy in un percorso che si snoda dalla sindrome di Stoccolma verso i propri aguzzini Chris (un corretto eppure ai limiti della piattezza Stephen Graham) e Kathryn (una convincente Andrea Riseborough, che dalla emaciata “principessa” – come la chiama stucchevolmente il marito – gotica evolve in un’ingannatoria madre borghese) a un autentico rito iniziatico per costruire un nuovo nucleo famigliare. Successivamente, gli anelli di ferro che imprigionano il giovane tra le mura domestiche dei suoi rapitori diventano dispostivi mobili (in seguito a un buffo lavoro di ingegneria fai da te di Chris) che gli permettono di “sbloccare” nuovi ambienti della dimora, facendolo integrare progressivamente con i membri della famiglia che vuole rieducarlo.  

A questo proposito un altro oggetto fondamentale nel racconto è il televisore, elevato a simbolo del rapporto tra vecchi e nuovi media, su cui si stabilisce il confronto generazionale tra i personaggi: i due coniugi obbligano Tommy a guardare dei bislacchi “spot progresso” anti-droga girati amatorialmente da loro stessi, facendoli seguire dai contenuti social postati in passato dal giovane e che lo ritraggono in azioni illegali e pericolose di cui ride beffardamente. Tutto ciò attraverso una resa visivamente arguta in cui la verticalità del reel social è imprigionata nel supporto a tubo catodico precipuo dei vecchi media, cioè cinema e televisione. Non a caso Chris e Kathryn credono che la soluzione migliore per guarire un tale bad boy sia quella di costringerlo a guardare vecchi film dal sapore didattico: uno dei momenti più esilaranti della pellicola è la proposta di un watch party de The Guns of Navarone, subito sconfitta da quella ancora più assurda del figlioletto della coppia che suggerisce Kes di Ken Loach. 

Komasa dimostra una solida consapevolezza dell’operazione messa in pratica. Pertanto, un regista polacco che realizza un film inglese non può esimersi dall’omaggiare – anche con una genuina dose di satira – la cultura britannica in senso lato. Infatti, oltre all’opera seconda di Loach non mancano riferimenti espliciti a Shakespeare e Huxley oppure impliciti a Joseph Losey, da cui Komasa sembra aver attinto per l’illustrazione delle dinamiche interpersonali nell’ambiente domestico (il riferimento è ovviamente a The Servant). 

Good Boy è l’ulteriore conferma del talento di Jan Komasa, nonostante un apparato estetico d’impatto minore rispetto alle due opere precedenti e alcune linee narrative che avrebbero meritato uno sviluppo maggiore, ma soprattutto in virtù dell’audacia di risolvere l’ultimo atto del film facendo all-in sul registro del simbolico, trovando in un “bacio al cloroformio” una delle immagini più belle della pellicola.  

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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