Nella giornata di sabato 18 ottobre, Daniel e Ronan Day-Lewis hanno incontrato il pubblico del festival capitolino all’Auditorium Conciliazione, a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. A moderare l’incontro, Mauro Donzelli.
La nostra redazione ha seguito l’entusiasmante confronto tra i due co-sceneggiatori di Anemone, presentato in concorso.
Di seguito, la trascrizione integrale della masterclass:
La prima parte dell’incontro vede sul palco il solo Ronan Day-Lewis, regista dell’opera, in dialogo con Donzelli.
Donzelli: La parola “Anemone” ci dice tanto sui personaggi, ma anche sull’impatto della natura su questi personaggi feriti. Puoi dirci qualcosa in merito al titolo del film?
Ronan Day-Lewis: Inizialmente la sceneggiatura non aveva un titolo. Stavo ascoltando l’album dei The Brian Jonestown Massacre dal titoloTheir Satanic Majesties’ Second Request, che contiene un brano dal titolo Anemone. Per qualche strana ragione la parola anemone si sposava bene con il film, sembrava giusto. Ho sempre associato alle anemoni delle creature di mare, come quelle nee Alla ricerca di Nemo. Associavo l’anemone di mare alla sua morbidezza, ma al contempo al suo aspetto predatorio, oltre il fatto che avessero questo tipo di “spazio chiuso”, che mi sembrava rilevante per quanto riguarda lo sviluppo dell’ambiente.
Facendo degli studi poi, ho scoperto che l’anemone è anche un fiore, quindi qualcosa che ha anche a che fare con la terra e con il vento. L’etimologia del nome mi dava l’impressione che fosse il nome perfetto per il film.
Donzelli: In merito alla dinamica del rapporto tra fratelli, l’incontro tra due fratelli è un archetipo della narrazione da sempre. Fin da quando l’uomo è nato ha raccontato di fratelli e di non detti. Volevo sapere qualcosa riguardo la costruzione del rapporto tra i due fratelli nel film, ma anche tra padre e figlio.
RDL: Ho dei fratelli e quindi nel corso degli anni antecedenti all’inizio della collaborazione con mio padre, i miei fratelli mi hanno permesso di riflettere molto. Ho realizzato che volevo approfondire ed esplorare questo archetipo.
Volevo esplorare la tragedia e la bellezza delle relazioni tra fratelli, in particolare dei loro silenzi, che definiscono queste ultime. Permettono quasi di far subentrare una comunicazione telepatica nella coppia. L’aspetto interessante dei protagonisti di Anemone è che tendono a rivelare molto di loro stessi quando si oppongono l’uno all’altro. Soprattutto nelle scene non dialogate, attraverso la fisicità, nei momenti in cui pregano o si muovono da un punto all’altro nello spazio. Sono tutte azioni che pian piano definiscono le fratture del loro conflitto.
Sale a questo punto sul palco dell’auditorium Daniel Day-Lewis, accolto da una standing ovation interminabile da parte del pubblico.
Donzelli: Volevo chiederle qualcosa in merito al momento in cui vi siete ritrovati, durante la pandemia se non ricordo male, a scrivere insieme questa sceneggiatura. Come è nata l’idea e come si è sviluppata nel tempo?
Daniel Day-Lewis: Per me è partito tutto dal desiderio di lavorare con Ronan. Sin da quando era giovanissimo lavoravamo a dei piccoli progetti insieme. Quando ho deciso di non voler far più questo lavoro, di lasciare il cinema, ho saputo che Ronan aveva invece intenzione di iniziare a realizzare i suoi film da autore. È stato triste pensare di non poter condividere questa cosa con lui. Così abbiamo iniziato a cercare un terreno comune per realizzare un progetto insieme.
Donzelli: Era chiaro sin da subito che avrebbe interpretato Lei il protagonista?
DDL: Questo è un aspetto interessante. Per me è stata una novità assoluta quella di partire da un piccolo seme narrativo, per poi esplorarlo, andando verso il suo ignoto. Nulla di quello che riguardava l’esperienza creativa è stato familiare all’inizio.
Io e Ronan abbiamo sviluppato questo personaggio per lo più tramite l’improvvisazione. Non lavoravamo mai assieme quando eravamo nelle stesse stanze a scrivere le nostre idee per la sceneggiatura. Quando poi ci confrontavamo, io lavoravo alle cose che Ronan scriveva e lui a quello che scrivevo io. Stando insieme riuscivamo sempre a scoprire nuove informazioni su questi personaggi, imparavamo a conoscere meglio le loro vite.
Non credo che Ronan ne fosse consapevole all’inizio, ma io sono sempre stato più interessato al personaggio di Jem (Sean Bean nel film, n.d.r.). Riuscivo a capire meglio quel personaggio poiché ispirato in parte a un mio carissimo amico, un ex militare dell’esercito britannico nonché fervente religioso.
Donzelli: Ronan, hai imparato qualcosa in più su tuo padre avendo un rapporto lavorativo con lui?
RDL: Inevitabilmente abbiamo imparato a conoscere sfaccettature diverse l’uno dell’altro attraverso il lavoro. È raro, credo, avere un’esperienza e un tipo di rapporto così intimo attraverso una collaborazione per un padre e un figlio. È soprattutto difficile trovare le parole giuste per spiegare con chiarezza cosa ho imparato.
Quello che posso dirvi è che ho osservato il suo lavoro negli anni, crescendo, e mi ha sempre affascinato questo suo lato misterioso (si riferisce al method acting estremo di Daniel, n.d.r.), come anche a molti spettatori. Sapevo dunque che affrontare questo progetto lo avrebbe portato a dedicarsi completamente alla parte, a viverla intensamente. Non lavoravamo “attorno” a lui mentre era immerso nel personaggio. La sua immersione aiutava tutti quanti sul set a entrare al meglio nell’immaginazione del personaggio, dunque ci aiutato a capire meglio il mondo del film.
Donzelli: Vorrei fare la stessa domanda a Daniel. Cosa hai imparato su Ronan? Come hai reagito nel vederlo a suo agio nelle vesti di regista?
DDL: La scoperta non mi ha sorpreso più di tanto, in fin dei conti. Ovviamente per Ronan la transizione da un lavoro solitario come quello del pittore a quello del regista cambia tutto. Un pittore durante il processo creativo ha a che fare solamente con sé stesso, con degli spazi solitari. Hai controllo di ogni cosa che fai. In merito ai conflitti interni che attraversi, anche quelli puoi e devi risolverli soltanto attraverso il dialogo con te stesso. La transizione verso una forma espressiva che prevede la collaborazione non è scontata, eppure quando ho visto Ronan diventare un regista davanti ai miei occhi, non sono rimasto sorpreso perché lo conosco. So che la sua sensibilità lo avrebbe aiutato a esprimere sé stesso attraverso la collaborazione con gli altri. Alcuni registi hanno bisogno di avere controllo su tutto. Per me i migliori registi sono quelli aperti all’immaginazione degli altri e che li fanno esprimere al meglio.
Donzelli: Daniel, cosa hai pensato il primo giorno sul set dopo otto anni dal tuo ritiro?
DDL: Ho pensato: “Oh fuck, here we go again” (cazzo, ci risiamo!)
Donzelli: Quando fai zapping in televisioni e ti imbatti in uno dei tuoi becchi film, ce n’è uno che ti fermi a rivedere fino alla fine?
DDL: Capita di imbattermi in quei film, ma li aggiro accuratamente.
Donzelli: E tu Ronan? C’è un film di tuo padre che proprio non puoi fare a meno di vedere fino alla fine se ti capita di guardarlo?
RDL: Difficile dirne uno, ma credo Il petroliere.
Donzelli: Daniel, non vuoi citarne neanche uno?
DDL: No (sorride)