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RFF 20 – Nouvelle Vague: l’accademico e spiritoso omaggio di Linklater a Godard

Cosa rimane oggi della Nouvelle Vague? Cosa resta dell’impeto rivoluzionario dei giovani turchi? Se lo chiede Richard Linklater, che nel suo nuovo film intitolato appunto Nouvelle Vague, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Best of (dopo il primo passaggio in concorso al Festival di Cannes), realizza un accorato omaggio a Jean-Luc Godard raccontando la realizzazione di À bout de souffle.  

La pellicola adotta grossomodo lo stesso approccio di David Fincher per Mank: da un lato documento accademico per l’impeccabile ricostruzione storica – interessante per i cinefili, pedante per gli studiosi –, dall’altro monumento nostalgico dedicato a un momento tanto importante per la storia del cinema come l’inizio dei Sessanta con l’exploit della Nouvelle Vague francese. Il regista dichiara le proprie intenzioni già dalla scelta del formato 4:3 e dall’attribuzione alle immagini di una grana digitale che ricorda quella della pellicola 35mm, nonché dai titoli di testa, dove sfilano i volti dei personaggi più importanti dell’epoca (praticamente tutta la redazione dei Cahiers du cinéma) inquadrati frontalmente in mezza figura e con lo sguardo rivolto in macchina, come se fossero delle statue di cera esposte in un museo, con tanto di nome e cognome sovrimpresso a fungere da etichetta (una soluzione visiva che si ripresenta quando compare qualcuno dei “grandi”, come Jean-Pierre Melville o Robert Bresson). Allo stesso modo, non mancano i rifacimenti delle scene più celebri del primo film di Godard, dei veri e propri reenactment che ne cristallizzano l’aura di pietra miliare, invero molto riusciti grazie all’azzeccatissimo cast che vede Zoey Dutch nel ruolo di Jean Seberg e Aubry Dullin in quello di Jean-Paul Belmondo. Tuttavia, una tale configurazione “museale” non incastra il film nella noiosa pedanteria dell’aneddoto o del nozionismo, dato che Linklater riesce notevolmente a infondere nel racconto lo spirito cinefilo che evidentemente anima il progetto. 

L’ideazione e le riprese di Fino all’ultimo respiro, almeno per come le rappresenta il regista della Before Trilogy, dimostrano tutta l’urgenza che Godard sentiva rispetto al suo debutto come regista (nel film viene ribadito spesso il fatto che lui sia stato l’ultimo dei Cahiers a esordire nel lungometraggio, con non pochi riferimenti esilaranti alla limitatezza artistica dei suoi precedenti corti); un’urgenza che sul set della pellicola diventa esaltazione cinefila, tanto che l’omaggio di Linklater getta luce sulla fondamentale importanza del ruolo assunto dalla cinefilia per il cinema francese moderno (la pellicola ribadisce l’eccezionalità del passaggio dalla critica alla regia da parte dei giovani turchi). Godard (l’affabile Guillaume Marbeck) ricerca continuamente i consigli dei grandi registi del dopoguerra, da Rossellini (di cui il film chiarisce adeguatamente il ruolo di padre fondatore di tutte le “nuove onde” europee) a Melville e Bresson, dimostrando che la rivoluzione delle estetiche sia in senso continuativo un’evoluzione di alcune di quelle precedenti. Un risultato non da poco per Nouvelle Vague, un film che probabilmente non brillerà per la sceneggiatura (firmata da Michèle Halberstadt e Laetitia Masson), a differenza della maggioranza dei film di Linklater, ma che sicuramente appassiona per l’infuocato spirito cinefilo. 

  

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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