Fantastico ritorno di Spike Lee a Cannes. Proprio lui, che andò a un passo dalla Palma d’oro nel 2018 (alla fine vinse Un affare di famiglia di Kore’eda). Proprio lui, che detiene il più improbabile dei record (nominato presidente di giuria per due edizioni di fila, 2020 e 2021). Lui che con Denzel Washington aveva lavorato già quattro volte, senza però mai approdare a Cannes in coppia. È la prima volta di Denzel, che è stato insignito, a sorpresa, della Palma alla carriera poco prima della proiezione del film: Highest 2 Lowest.
Remake del più grande capolavoro di Akira Kurosawa, Anatomia di un rapimento (in inglese, High and Low, da cui il gioco di parole della versione di Lee), rompe la maledizione legata ai rifacimenti del cinema asiatico che portò il regista newyorkese a girare l’osceno Oldboy con Josh Brolin. Questa volta, siamo decisamente al polo opposto.
Highest 2 Lowest è un gioiello, un’opera auto-riflessiva (la prima vera auto-analisi da parte dell’autore nella terza fase della sua carriera) in cui Kurosawa funge unicamente da musa ispiratrice, forse da ponte, tra un mondo e l’altro. L’altissimo e il bassissimo, i grattacieli di Manhattan e i ghetti di Brooklyn. Denzel Washington è David King (il romanzo da cui è tratto il film originale è intitolato King’s Ransom, un’espressione che potremmo tradurre come “occhio della testa”, “grande fortuna”, “tesoro del re”, giocando con il cognome del protagonista, King, oppure Kingu nella traslitterazione nipponica di Kurosawa), un produttore musicale intenzionato a comprare le quote della sua etichetta discografica dai propri soci. Come nell’intreccio di Anatomia di un rapimento, il figlio di King viene rapito nel giorno in cui il protagonista apre il prestito per acquistare la società. Dovrà quindi scegliere tra il riscatto di suo figlio e la sua stabilità finanziaria.
Il punto di contatto con l’opera originale sta proprio nell’incipit e nel primo atto. A partire dal secondo atto però, il film di Spike Lee inizia a correre con le sue gambe: Highest 2 Lowest diventa un grande omaggio del regista alle molte facce di New York, passando per i generi cinematografici che la hanno resa iconica (dal musical, al poliziesco, passano per l’action), come a voler includere il conflitto tra generazioni (Washington e A$AP Rocky, che interpreta un giovane rapper invidioso che brama vendetta, di classe e personale) all’interno di un conflitto di generi.
Lo scontro tra il ricco afroamericano e quello insoddisfatto, irrealizzato, genera lo spunto di riflessione più convincente dell’opera: cosa vuol dire, oggi, fare la cosa giusta? Come si può mediare, nel vortice incomprensibile della scalata di classe (ascendente o discendente che sia)? La risposta, forse, sta in una battaglia rap contrapposta a una performance di musica leggera; con il finto inglese di Adriano Celentano a chiudere il tutto.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars