Ultima giornata di concorso al Festival di Cannes: tra le opere che chiudono la sezione principale della kermesse, vi è il ritorno dietro la m.d.p. di Kelly Reichardt.
L’amatissima autrice, voce amatissima del cinema art-house americano contemporaneo, ha stravolto il proprio percorso formale, passando dalla consueta cifra contemplativa dei vari First Cow e Wendy e Lucy a un film di genere: un heist movie.
Protagonista delle rapine, Josh O’Connor, uno scapestrato padre di famiglia, figlio di una famiglia benestante, negli Stati Uniti degli anni ’70. Il suo amore per la pittura, sposa ambiguamente la sua altra passione, forse il suo unico talento: la cleptomania. La “mastermind” a cui allude il titolo (mente criminale) è proprio quella del protagonista, che in seguito a un improbabile rapina, riuscì a trafugare alcune opere di Arthur Dove, esponente massimo del modernismo pittorico statunitense.
Il film della Reichardt è senza ombra di dubbio intrigante su un piano teorico: raccontare il declino personale di uno scansafatiche di talento, privilegiato fino al midollo, attraverso la formula di un film di rapine. La scelta dell’autrice, è quella di utilizzare l’espediente della rapina per raccontare un momento della Storia Americana in cui il senso di inadeguatezza delle istituzioni, raggiungeva il suo picco. Siamo negli anni dei Pentagon Papers e dello Scandalo Watergate, in cui la sicurezza nazionale fu messa sottosopra da alcuni tra i più grandi scandali presidenziali di sempre.
Nell’affresco di Reichardt, JB (questo il nome del protagonista) incarna una declinazione di una declinazione di mascolinità ben precisa: un uomo impotente su un piano sociale (forse anche su quello erotico) che si reputa superiore alla legge, convinto di poterla eludere, per realizzare la propria scalata sociale.
I nodi però, vengono al pettine a partire dal secondo atto: l’idea di decostruzione dell’heist movie da parte della regista è antiquata. Cerca di decostruire l’ideale cinematografico per cui il criminale, è sempre il più figo di tutti, il più scaltro. Talvolta il più fortunato. Come a voler rinnegare la visione della criminalità di alcuni film di Scorsese, per intenderci (per quanto Scorsese stesso ami decostruire all’interno dei suoi stessi film questi “eroi”, vedi The Wolf of Wall Street e The Irishman nei rispettivi terzi atti) in favore di uno sminuimento dell’onore di certi figuri.
C’è solo un problema: è dalla notte dei tempi, che il cinema (soprattutto quello europeo) decostruisce gli ideali di virilità infallibile degli heist movie, basti pensare al Jean-Paul Belmondo di Pierrot le Fou, o allo Scarface di Howard Hawks, per voler andare (molto) più indietro.
Voto:
2.5 out of 5.0 stars