La chiave dell’immortalità? È sempre stata sotto ai nostri occhi: smettere di sognare! Chi rifiuta il sogno, non invecchierà più, vivrà per secoli: come una candela la cui cera non si scioglie.
Coloro i quali continuano a sognare, vengono chiamati deliranti. Devono essere individuati e riportati sulla retta via. C’è però un delirante mutaforma che non è mai stato trovato.
Egli si nasconde in un linguaggio arcaico ormai dimenticato: il Cinema.
Introduzione
La “recensione” di Resurrection verrà divisa in capitoli, proprio come lo stesso film. Il tempo di lettura di questo articolo, sarà leggermente inflazionato rispetto al solito (proprio come anche il tempo impiegato per scriverlo è stato decisamente più elevato del consueto). Se ho scelto un approccio di questo genere però, è perché non vorrei lamentarmi, un giorno, a posteriori, di non aver dedicato sufficiente spazio e tempo a un film epocale.
Per quanto tra i nostri sensi quello che più vive in relazione al cinema sia, inevitabilmente, la vista, Bi Gan dedica un frammento dei suoi sogni ribelli, sogni deliranti, a ognuno dei cinque sensi: bussole che guidano la nostra percezione della vita stessa, in ogni sua forma (e non-forma, deforme). Proprio come a volerci suggerire che, pur essendo un mezzo di comunicazione “dimenticato e arcaico”, sia (e sarà) sempre in grado di reinventarsi e mutare pelle, potendo anche sopravvivere per secoli a oltranza.
Il delirante mutaforme che nessuno mai riuscirà a scovare, muta il proprio corpo attraverso la pellicola, la sua autentica linfa vitale, che ne riattiva la circolazione: le sue interiora sono le componenti meccaniche di un proiettore a bobina.
Primo capitolo – Vista

In effetti, l’opera si apre con una soggettiva: degli uomini, spettatori da un’altra epoca, fissano dritto verso di noi, mentre “buchiamo” lo schermo, che pian piano prende fuoco, aprendo un oblò sull’immagine. I veri deliranti, siamo noi, seduti nel buio di un teatro, circondati da sconosciuti, a lasciarci cullare dai sogni. Ci distraggono, ci disorientano, infine ci lasciano sciogliere, come la cera di una candela arsa blandamente dal fuoco.
L’incipit visivo del film funge da linea guida per l’intera interpretazione della vicenda. A partire dal primo sogno (diegetico) del delirante, seguiremo eternamente, attraverso i decenni, la sua soggettiva. E nell’ottica in cui la soggettiva “cancella” il corpo di chi guarda, rendendolo praticamente (nel senso di “nel pratico”) invisibile, il gobbo deforme noto come delirante, sovrapporrà il proprio sguardo con quello della macchina da presa. Senza però sottrarsi a quello sguardo: è sia soggetto osservante che soggetto osservato, perché in ogni storia possiamo individuare il delirante (sognatore) in uno dei personaggi.
Una donna però, riesce a scovare il delirante, nascosto in un’oppieria, immerso tra i meccanismi del pre-cinema: ombre cinesi, traumatopio, fenachistoscopio, che realizzano, quasi come fossero creature vive e autonome, composizioni fotografiche strabilianti; intanto la donna, nota come The Great Other (La Grande Altra), esplora frammenti di scenografie da cinema cinese muto che poi, come per effetto del più naturale dei raccordi, si trasformano in espressioniste.
Il delirante qui, sembra assumere le sembianze di Cesare, l’energumeno sonnambulo del Gabinetto del Dottor Caligari.

Il delirante, colto in flagrante di reato, dichiara di preferire la morte, al grigiume in cui è ormai immerso il mondo: preferisce una vita di illusioni.
Lo sguardo, è il minimo comun denominatore delle sequenze che compongono l’episodio. Prima di lasciarlo morire, la Grande Altra concede al delirante un’ultima metaforica proiezione, permettendogli di sognare ancora per un po’.
Per il delirante, trascorrerà più di un secolo, mentre per la donna, saranno passate soltanto un paio d’ore. Come potrete ormai dedurre, il mosaico cinematografico di Bi Gan (autore formalista, radicalissimo per sua natura) prende le distanze dai picchi di autentico slow-cinema del precedente Un lungo viaggio nella notte (composto nel complesso da poche decine di inquadrature), adottando approcci sempre nuovi di episodio in episodio. Quello introduttivo, dedicato alla vista, ci parla di Blade Runner. La Grande Altra è una blade runner: una cacciatrice di taglie in cerca di un individuo ribelle che tenta di imporre su una società corrotta la propria idea di “vitalità”.
E quando il delirante proverà ad avvicinarsi a lei, lo fermerà usando il proprio occhio come scudo.
Lui però, voleva soltanto porle un fiore.
E così, inizia il sogno.
Secondo capitolo – Udito

Il secondo episodio continua ad assumere toni à la Blade Runner, per via della sua struttura da poliziesco. Un investigatore indaga su un misterioso caso di omicidio; il principale imputato è un ragazzo con evidenti disturbi mentali. La vittima, è stata ritrovata con i timpani gravemente danneggiati.
La storia introduce una serie di elementi visivi che torneranno in tutte le altre “forme” di Resurrection: una valigetta che contiene un theremin, un vetro che si infrange, il dualismo tra i due personaggi principali.
Un mondo privo di colore, in cui si innalzano di continuo fitte nebbie e fumi di scarico. Un mondo che sembra uscito direttamente da un racconto di Kafka. L’udito è il senso che impone al detective, nell’indagine, le regole del gioco. Al punto da portarlo all’ammattimento, come in ogni poliziesco della frustrazione che si rispetti.
La struttura investigativa porta l’investigatore al lento ammattimento, capendo che la vittima si era autoinflitta quelle ferite ai timpani, come tormentato dal silenzio assordante (ossimoro) del ragazzo. Arriverà perfino a credere che perdere l’udito, dunque abbracciare il silenzio eterno, rispetto al mondo circostante, sia un giusto prezzo da pagare, per poter ascoltare la voce del giovane.
Da un punto di vista teorico, quello legato all’udito, è il segmento più interessante del film, per quanto concerne il ruolo svolto dalla macchina da presa. Se diamo per assunto che il punto di vista fotografico sul racconto sia quello del delirante, che sognando immagina diverse forme di cinema, allora il secondo episodio del film è l’unico in cui la fermezza della quarta parete viene messa a dura prova. Questo perché l’indagine porta, nelle battute finali dell’episodio, dopo la maestosa scena della sala degli specchi (che richiama il finale de La signora di Shanghai di Orson Welles, in una chiave omoerotica), l’investigatore riesce a riconciliarsi con il sospettato, che giace sul letto della cabina di un treno, sfondando la vetrata che avevamo visto qualche decina di minuti prima: rompe fisicamente la quarta parete, irrompe nella scena e la altera, rispetto alla sua prima visione: squarta la schiena del ragazzo, assistendo a un’esplosione di colore divino avvenire dentro il suo corpo: ha scovato il delirante.
Terzo capitolo – Gusto

Dal dente asportato a un uomo, rimasto solo durante la notte in un antico monastero abbandonato, fuoriesce uno spettro che sta per raggiungere lo stato di illuminazione, si fa chiamare “spirito dell’amarezza”.
Forse l’episodio più dolce è quello dedicato all’amarezza, in cui il dialogo incessante tra i due protagonisti porta a una introspezione minuziosa del giovane uomo, che vede il corpo dello spirito come identico a quello di suo padre che assassinò.
Qui Bi Gan si avvale di un concetto aristotelico, quello del sinolo: la forma non esiste separata dalla materia, ma esiste e vive nelle cose. Dunque, il dente asportato (che nell’interpretazione dei sogni rappresenta la perdita di certezze) era parte del corpo del ragazzo, ma adesso non lo è più.
Nella visione aristotelica, quella parte di corpo asportata è comunque riconducibile al ragazzo: quel dente è il ragazzo stesso, proprio come il resto del suo corpo nella sua interezza. Da lì, attraverso la forma, il dente assume le sembianze del padre del giovane, ergo un’incarnazione nuova di un corpo vecchio, una nuova incarnazione dell’Io.
Il miglior modo per introiettare sapori del passato mai del tutto processati, nel proprio animo, è quello legato al riflesso, quello di sé, in un corpo esterno: il corpo del padre e il corpo d’acqua, quella pozzanghera in cui lo spettro compone, agitando le dita per muovere delle erbette che galleggiano sul manto, il simbolo della parola “dolce”.
Quarto capitolo – Olfatto

Sembra essere stato estrapolato direttamente da un film di Vittorio De Sica o di Luigi Comencini, il quarto capitolo di Resurrection, in cui un miserabile, senza una lira in tasca, decide di partecipare a un bando promulgato da un ricco uomo annoiato, che offre una ricompensa a chiunque gli dimostrerà di avere dei poteri sovrannaturali.
Così, l’uomo “adotta” una giovane orfana per insegnarle un potere paranormale: saper riconoscere da bendato una carta, in base al suo odore. È una storia legata a doppio filamento al concetto di linguaggio, in cui “padre e figlia” imparano a comunicare tra loro coniando, a tutti gli effetti, un linguaggio basato sulla correlazione tra odore, immagine e forma (il seme e il numero della carta). Il più classico dei racconti, a metà tra picaresco e formazione, dolceamaro, in cui la risoluzione di un problema economico passa per l’inganno, in una forma a metà tra il neorealismo cinematografico, il socio realismo di Kore’eda e il realismo metafisico letterario.
Il dubbio poi, è seminato da Bi Gan attraverso un elemento che ricorda, per certi versi, Lo Hobbit: degli indovinelli che la giovane co-protagonista ama proporre al suo nuovo padre adottivo e mentore: per lei valgono più di ogni altra cosa. L’inganno, iduce al dubbio. Nello splendido finale, la bambina, legata ai cavi della macchina della verità, deve usare il suo fiuto per “resuscitare” una lettera arsa anni prima, in cui la figlia ormai deceduta del ricco signore, lasciava al vituperato padre un ultimo messaggio.
Chi ci dice che quel che la bambina gli riporta, corrisponda alla verità? Forse è proprio vero: la bellezza risiede nel dubbio.
Quinto capitolo – Tatto

La riflessione teorica sul vampirismo più straordinaria degli ultimi dieci anni: per trovare qualcosa di altrettanto intrigante, bisogna tornare a Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch.
Un noir sulla falsariga di quelli legati al tempo e alla scadenza, ai giovani grintosi e innamorati, che commettono degli errori di valutazione facendo infuriare uomini di potere, tipici del primo cinema di Wong Kar-wai. Un piano sequenza di trentacinque minuti racconta dell’incontro tra due ragazzi, con lui, Apollo, disposto a seguire lei, Tai Zhao Mei, fino in capo al mondo, pur di avere un contatto.
È l’ultima notte del ventesimo secolo, è capodanno.
La ragazza indossa dei guanti di pelle per tutta la durata del percorso, per nascondere i segni di invecchiamento che ricoprono le sole mani. Mani anziane su un corpo giovane, per una donna vampiro di chissà quanti anni. Il boss mafioso che sta cercando in giro per il villaggio Apollo, è anche lui un vampiro, che indossa i medesimi guanti di pelle.
Pur attenendosi a un registro figlio dei noir asiatici, Bi Gan qui guarda, oltre che a Wong, a un grande maestro del macro-genere, come Billy Wilder. Perché in fin dei conti, l’ultimo capitolo di Resurrection racconta di una storia d’amore tra un uomo accecato dalla fascinazione per la donna amata, mentre quest’ultima gli nasconde spudoratamente la sua vera natura. In sottofondo, un gruppo di mafiosi gli dà la caccia: proprio come in A qualcuno piace caldo.
Perché sì, l’ultimo dialogo, quello sulla nave, tra Apollo e Mei, ripropone il finale della più grande commedia di tutti i tempi.
“Non sai nemmeno quanti anni ho”
“Non importa”
“Non sai nemmeno il mio vero nome”
“Non importa”
Tutto questo avviene mentre la giovane donna viene messa davanti a un bivio: lasciare che l’amato venga assassinato dagli sgherri del mafioso, oppure accettare di amarlo, diventando una mortale, per aver bevuto del sangue impuro? Da qui, il dialogo in cui Bi Gan svela al pubblico l’identità del delirante e forse per certi versi, l’intera vena filosofico-esistenziale della sua opera.
“Bevi quel sangue e diventerai come loro, alla costante ricerca del senso della vita. Ho vissuto per secoli e sono morto da secoli. Ma ancora oggi non credo di sapere quale sia il significato di tutto questo”.
Il vampiro è il mostro che incarna il cinema stesso: terrorizzato dalla luce, per esprimersi ha bisogno di cercare le tenebre; è immortale e può conferire immortalità agli uomini. L’ultimo disperato tentativo di resurrezione del delirante, passa proprio per un vampiro. Diventare un vampiro, forse, rappresenta la sua via di fuga dal mondo immortale da cui prende le distanze.
Ma come sempre, il cinema riconduce a un’illusione e la fiamma continua a sciogliere la cera.
Epilogo

Esausto, il delirante viene estratto finalmente dal suo ultimo sogno, sono passate solo due ore. La Grande Altra gli concederà un ultimo viaggio, dopo avergli ricucito addosso il suo corpo mortale, tumefatto.
Gli permetterà di sognare un’ultima volta, ciò che è vitale per lui: l’ultimo sogno, dell’ultimo uomo in grado di sognare, è una sala cinematografica, che unisce un centinaio di individui, dal neonato che ha appena imparato a camminare, all’anziano ingobbito. Creature di luce purissima, che si affievolisce con l’inizio dello spettacolo, per scomparire, perdendo il corpo.
Per secoli, ma in fondo solamente per due ore.
Se mi venissero a dire che Resurrection è l’ultimo film mai girato nella storia del cinema, avrebbe perfettamente senso.
Correte al cinema, correte a perdere il vostro corpo. È un’arte giovane, per quanto già morta, in grado di assumere forme e non forme sempre uguali ma diverse. Una contraddizione ambulante, un mostro dal corpo tumefatto; eppure è sempre in grado di porgere una rosa al prossimo.
Voto:
5.0 out of 5.0 stars