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Cannes 78 – Nuovelle Vague: il museale omaggio di Linklater a Godard brilla poco

Copyright: ARP Sélection

È il giorno dei Cahiers, è il giorno dei ribelli, è il giorno della Nuova Onda: è il giorno di Richard Linklater, al Theatre Lumiére di Cannes.

Il maestro del cinema indipendente americano ha realizzato il suo primo film in francese: Nuovelle Vague, una lettera d’amore a Jean-Luc Godard e al cinema francese figlio dei Cahiers. Si tratta di un divertente biopic in cui il regista segue la pre-produzione e le riprese di Fino all’ultimo respiro, opera prima di Godard con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, del 1960.

Potremmo definire l’approccio di Linklater “museale”, nel modo in cui presenta le decine di personaggi del film agli spettatori. Ogni qual volta che ci imbattiamo in un personaggio storico, il regista decide di interrompere brevemente la narrazione per mostrare il Truffaut o il Rivette di turno in una mezza figura, immobile, mentre guarda in camera. Impresso sull’immagine, una didascalia che indica il nome del personaggio. Questa tecnica, volta a mostrare i vari Varda, Demy, Rossellini come dei tableau vivant esposti in una galleria d’arte, impone allo spettatore di visualizzare e inquadrare (in tutti i sensi) certi personaggi come oggetti da museo.

C’è della sacralità, del timore reverenziale quasi, nel modo in cui Linklater osserva certi personaggi, tra gli osservatori della realtà più brillanti e rivoluzionari della Storia dell’Arte. Al punto da inscenare una dinamica molto fredda, che spezza con troppa ricorrenza e veemenza il tempo dell’azione.

Tuttavia, l’approccio teorico alla storia di Godard e soci da parte del regista di Boyhood e Slacker risulta coerente e sagace, nella sua natura: il Jean-Luc raccontato da Linklater non è altro che un giovane terrorizzato dal baratro del proprio fallimento: Truffaut ha appena presentato I 400 colpi a Cannes, Chabrol è già al secondo lungometraggio (I cugini), mentre lui, ormai trentenne, non ha ancora esordito alla regia. Vedere l’amico Truffaut conquistare il Lumiére col suo primo film, costringe Godard a nascondersi, sempre di più, dietro i suoi immancabili occhiali da sole, perché non è nient’altro che un ragazzino spaventato.

In tal senso il film di Linklater punta a decostruire (quasi demolire) l’idea ultraterrena che noi critici e cinefili abbiamo dei grandi autori del cinema europeo: non sono dei, sono uomini e donne divorati dai dubbi, come tutti noi. Nouvelle Vague è in tal senso un riconciliarsi tra un regista-divino come JLG e la sua umanità: ciò che viene eroso dalla celebrità.

Poi, quando il film entra nel vivo (dopo la metà, all’incirca) arrivano i veri problemi. Il modo in cui Linklater sceglie di raccontare la realizzazione di Fino all’ultimo respiro è macchiettistico, ripetitivo nelle gag proposte. Tutto si riduce a una sfilza di scene (identiche tra loro) in cui l’esuberante Godard si rifiuta di girare secondi take delle sequenze del film, chiudendo la giornata di lavorazione dopo poche riprese, ogni santa volta. Divertente, se non reiterato per quasi un’ora. La brillantezza teorica del primo atto di Nouvelle Vague dunque, si spegne completamente nel corso del suo nucleo centrale, raccontando il processo creativo come un gioco buffo e puerile, burattinato da un ragazzo spaventato che non sa cosa sta facendo. Non fino in fondo, per lo meno.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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