Dark Mode Light Mode

Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 9: Le avventure di Stanley

Copyright: Warner Bros.

Le avventure di Stanley esce nel 1994, pochi mesi dopo Pollicina (sempre per distribuzione Warner) e viene distribuito in pochissime sale, quasi col cappuccio tirato su per la vergogna. A Troll in Central Park, questo il titolo originale, è sicuramente il film rinnegato di Bluth, il figlio meno amato che nessuno conosce. E meno male. Non è che Pollicina fosse tanto meglio, anzi, però qui ci troviamo davvero davanti a uno dei film animati meno ambiziosi, ispirati e consistenti mai creati.
Della crisi creativa di Bluth abbiamo già parlato abbastanza e non c’è nulla di nuovo da aggiungere. Schiacciato tra una Disney esplosiva come non mai, un settore sempre più affollato e saturo, rivali forse con poca identità ma percepiti comunque come aria fresca da chi non voleva solo Disney, Bluth mostra anche una certa incapacità di fare fronte ai fallimenti degli ultimi due film; infatti ne conserva gran parte della formula, soprattutto nei suoi difetti: personaggi sempre più sgradevoli, disegni sempre più pastellosi e manieristici, trame sfilacciatissime e senza un vero e proprio fulcro. E sulle canzoni ormai non ci speriamo proprio più. L’unica cosa positiva è che dura molto meno rispetto a Pollicina.

Stanley è un troll che vive nel regno di queste creature mostruose governato dalla fetida regina Gnorga (Druda nella versione italiana). Il nostro ha il pollice verde magico, e riesce a far nascere dal nulla delle piante senzienti, soprattutto fiori, tanto amati da lui quanto detestati dalla regina, che lo scopre e per punirlo lo manda nel luogo più grigio della terra: New York. Qui incontra due bambini, Gus e Rosie, trascurati dai genitori, troppo impegnati con il lavoro.

Come si può notare, le tematiche ambientaliste, familiste e anticapitaliste all’acqua di rose si possono notare anche solo leggendo questo stralcio di trama. Ed è davvero tutto qui: non c’è nessun verso di approfondire nessuno spunto, nessun interesse nell’analizzare i risvolti di una storia abbozzata ed elementare. Tanto Pollicina era confuso nel suo parterre affollatissimo di personaggi e situazioni, così questo riesce ad esserlo anche con tre personaggi e due azioni semplicissime.
Il design è meno ispirato che mai, dato che i personaggi umani sono assolutamente generici e quasi “rotoscopici”: Stanley sembra il cugino redneck dei Sette Nani (anche nell’abbigliamento), i troll ricordano qualcuno dei cattivi di Dragon’s Lair ma senza il loro fascino, i fiori sono identici a quelli visti in Pollicina e ricalcati da Alice nel Paese delle Meraviglie (e qua sforiamo di nuovo nella lesa maestà).

A Troll in Central Park è quindi uno dei lungometraggi animati meno rilevanti della Storia e che appare quasi come una macchia sulla carriera di chi lo ha creato. Probabilmente non ha un solo fan a difenderlo nella sua vita trentennale, tra quei pochi che lo hanno visto. Con i suoi soli settantamila dollari raccolti in quelle poche sventurate sale che hanno scelto di proiettarlo è il più grande tonfo degli anni Novanta.



Post precedente
Stephen Amell sarà Hobie nel reboot di "Baywatch" della Fox

Stephen Amell sarà Hobie nel reboot di "Baywatch" della Fox

Post successivo

Berlinale 76 - Yellow Letters: censura e libertà nella Turchia di Erdogan