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Berlinale 76 – Yellow Letters: censura e libertà nella Turchia di Erdogan

Copyright: © Ella Knorz_ifProductions_Alamode Film

C’era grande attesa per il nuovo film diretto da İlker Çatak, che appena due anni fa ha conquistato la nomination all’Oscar nella categoria Miglior film internazionale con l’abbondantemente celebrato La sala professori. La nuova opera del regista tedesco di origini turche, intitolata Yellow Letters (Gelbe Briefe) e presentata in concorso alla Berlinale 76, riafferma con maggiore evidenza i temi cari all’autore e già esplicitati nella pellicola del 2023. In particolare, il rapporto tra l’individuo e l’apparato statale, che costituiscono un denso triangolo concettuale insieme al tema della libertà di opinione e espressione, situato al vertice.

Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer) sono una coppia di artisti molto affermata, lui è un drammaturgo e regista teatrale, mentre lei la brillante attrice di tutti i suoi spettacoli. Quando il governo turco stravolge le loro vite a causa dei contenuti delle loro opere giudicati fin troppo controversi, la coppia, senza più un lavoro e una casa, sarà costretta a rivedere completamente le proprie priorità e a gestire una situazione familiare piuttosto complessa, considerata anche la presenza della figlia adolescente Ezgi (Leyla Smyrna Cabas).

Çatak imposta dialetticamente la pellicola su coppie oppositive come idealismo/realismo, pubblico/privato, arte/vita, arte/industria, uomo/donna, lavoro/famiglia e potere/libertà: la recrudescente scure della censura che si abbatte su Aziz e Derya li costringe a modificare la loro intera condizione economica e sociale e a intraprendere un viaggio esistenziale all’interno di se stessi e della loro coppia, fondata inevitabilmente sui loro progetti artistici, nonché a riscoprire alcuni membri della famiglia (come la commovente e caparbia nonna Güngör, interpretata con dolcezza e dignità da İpek Bilgin) che si erano lasciati alle spalle.

Yellow Letters è un film di continui ribaltamenti e oscillazioni dialettiche, in cui le convinzioni di Aziz e Darya (soprattutto quelle relative ai valori insiti idealisticamente nel teatro contrapposto alla culturalmente nociva estetica televisiva) mutano costantemente. A proposito di ciò, emerge invero uno degli elementi più interessanti dell’opera: combattere contro la censura governativa comporta delle conseguenze economiche (per cui Aziz sarà obbligato a rinunciare al suo lavoro alto-borghese di artista per vestire il ruolo di tassista notturno), che impongono alla coppia e alla giovane Ezgi uno stile di vita differente. La ragazza deve necessariamente ripiegare su una scuola pubblica, mentre i due artisti devono abbandonare il teatro statale per rifugiarsi in quello indipendente: in questo frangente, la brillantezza del film consiste nel sottolineare come la relazione tra il settore pubblico e quello privato (in qualsiasi loro manifestazione) non riguardi esclusivamente il denaro, ovvero passare da un emisfero all’altro a seconda del capitale economico disponibile. In realtà, il discorso investe anche il rapporto tra gli individui e il potere, in una continua e sbilanciata negoziazione basata sul possesso di un particolare capitale simbolico, che a sua volta determinerebbe l’aderenza alle strutture del potere. Nella loro lunga ed estenuante lotta contro la censura, Aziz e Darya si accorgeranno presto della necessità del compromesso, calmieratore delle spinte idealistiche e amplificatore di quelle realiste.

Onestamente, occorre lodare il regista tedesco per essere riuscito da un lato a far confluire le numerose istanze tematiche del soggetto in un discorso sul potere e la libertà di espressione risultato sintetico e coerente; dall’altro, per aver raccontato – nonostante l’impiego di qualche cliché – con seria intimità anche il microcosmo di una famiglia che si incrina e poi si ritrova, merito innanzitutto di due attori straordinari come Tansu Biçer e di Özgü Namal, in grado di recitare finanche con le micro-rughe del volto.

Tuttavia, la pellicola presenta alcuni limiti che non è facile ignorare: la durata avrebbe meritato sicuramente una revisione in termini di alleggerimento, soprattutto rispetto al rapporto tra la storyline legata alla componente politica e quella inerente al dramma familiare che si sviluppa; alcune ridondanze argomentative potevano essere evitate, in particolare riguardo alla figurativizzazione di alcune di esse (il pretestuoso accostamento tra Ankara e Istanbul con Berlino e Amburgo); a volte è chiaro che nei protagonisti sia riversata un’indulgenza abbastanza eccessiva, la cui riduzione avrebbe sicuramente giovato alla pregnanza dei contenuti; infine, non mancano delle cadute di stile dal punto di vista estetico, come la mediocre metafora visiva che chiude il film.

Nonostante qualche limite che ancora gli impedisce di realizzare un film veramente notevole, İlker Çatak si conferma comunque un autore desideroso di veicolare con il suo cinema politicamente impegnato e percettivamente teso, coinvolgente e accattivante un’idea di libertà concreta, mai arrendevole né ai dettami del potere, né alla perniciosa impulsività degli ideali irrealizzabili.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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