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Berlinale 76 – Good Luck, Have Fun, Don’t Die: il compendio satirico di Verbinski contro l’IA

Copyright: © Constantin Film Distribution GmbH

Gore Verbinski mancava dal lungometraggio da ben dieci anni, quando debuttò nei cinema di tutto il mondo lo sfortunato ed effettivamente piuttosto fiacco La cura dal benessere. Ebbene, sembra che il suo ritorno alla regia con Good Luck, Have Fun, Don’t Die – presentato nella sezione Special Gala della Berlinale 76 – sia la risposta proprio al film precedente, di cui l’autore tenta di corregerne i principali difetti (in particolare l’insufficiente densità narrativa a fronte della durata della pellicola di oltre due ore). Allo stesso tempo, Verbinski si staglia sul solco, giovane ma già abbastanza ricco – forse anche troppo, tanto che è lecito temere il suo potenzialmente tedioso sviluppo –, della lotta contro l’intelligenza artificiale.

Sam Rockwell (carismatico e piacevolmente su di giri) approda dal suo futuro apocalittico, in cui l’umanità è stato ormai interamente soggiogata dalla IA, nel passato di in un diner, con lo scopo di mettere insieme un team di sei individui che lo aiuti a salvare il mondo. Da qui la struttura episodica di tutto il racconto, in cui la main quest (l’espressione videoludica è necessaria) si alterna con delle sequenze in flashback dedicate allo svelamento delle backstory di alcuni dei membri della squadra. Tale impostazione permette a Verbinski e allo sceneggiatore Matthew Robinson di passare in rassegna a mo’ di “tema e variazioni” diverse e fantasiose prospettive – evidentemente tutte nefaste – degli (ab)usi delle intelligenze artificiali: c’è Susan (Juno Temple) che ricorre alla clonazione per poter riabbracciare il figlio scomparso durante uno school shooting; Ingrid (Haley Lu Richardson), letteralmente allergica alla tecnologia e il cui sogno d’amore va in frantumi quando un dispositivo VR si impossessa della vita del suo ragazzo; Mark (Michael Peña) e Janet (Zazie Beetz), due insegnanti alle prese con un’invasione zombie guidata dai propri studenti e scaturita da un social network simile a TikTok.

A unire le file di questi piccoli, ma in fin dei conti intriganti e divertenti episodi ricalcati da Black Mirror, è lo sguardo del regista sui pericoli presenti e futuri dell’IA: reificazione dei soggetti, anestetizzazione del dolore emotivo, statalizzazione, commercializzazione e burocratizzazione digitale delle emozioni e dei corpi (nel segmento dedicato a Ingrid è presente una spiritosa analogia tra dei dispositivi analogici e l’orgasmo) e depersonalizzazione degli individui in favore di uno standard comune delle personalità (attribuite alle persone come durante la creazione di un avatar di un videogioco di ruolo).

A tutto ciò, occorre aggiungere la convenzionalità che abita ogni scelta narrativa e visiva (anche quella apparentemente più audace nella sua bislaccheria, come il gatto gigante che rimanda chiaramente al fenomeno degli animali brainrot che ha spopolato su TikTok appena qualche mese fa), alla fine di tutto giustificata platealmente attraverso un’intuizione metatestuale francamente prevedibile.

L’obiettivo del regista della saga dei Pirati dei Caraibi è quello di realizzare un’opera satirica contro le derive artistiche, culturali e sociali dell’intelligenza artificiale imbastendo il racconto proprio come lo farebbe un software di IA. Il problema è che una volta giunti al ben poco scioccante plot twist del “Tutti gabbati!“, ci si rende conto che il film è fin troppo divertito, accogliente e sommariamente ilare per essere la satira audace e infuocata che vorrebbe essere. Per lo stesso motivo, più che originalmente mettere alla berlina ChatGPT e simili, è come se il filmmaker americano semplicemente riutilizzasse – come d’altronde accade almeno da un secolo di immagini in movimento – i classici stilemi visivi e narrativi che appartengono e fondano il cinema di Hollywood. Insomma, una cospicua serie di elementi esistente sotto forma di canoni o cliché da ben prima dell’invenzione dell’IA.

Che, dunque, Verbinski abbia travestito un’accusa contro la piattezza creativa della fabbrica dei sogni di Hollywood (la stessa da cui si è distanziato) da satira action contro l’intelligenza artificiale? Onestamente, questa è un’ipotesi fin troppo cervellotica e complessa per un film che è solo una spassosa e gradevole action comedy, ben lontana da opere decisamente più raffinate e stratificate sullo stesso tema come il dittico finale della saga di Mission: Impossible e la televisiva Pluribus.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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