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Cannes 79 – Garance: Adèle Exarchopoulos in balia dell’irrilevanza

Cannes 79 – Garance: Adèle Exarchopoulos in balia dell’irrilevanza

Copyright: StudioCanal

Adèle Exarchopoulos è uno dei corpi attoriali più presenti e rilevanti nel cinema francese degli ultimi anni. Lanciata dal seminale La vita di Adele, si è presto cucita addosso ruoli sghembi, ostici, sgradevoli, bizzarri e complessi: da Mandibules, Generazione Low Cost, Les Cinqs Diables, L’Accident de piano (tutti film casualmente diretti da registi adesso presenti sulla Croisette con una nuova opera) fino a Garance, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, l’attrice francese ha dato forma alle nevrosi dei Millennials.

Nel film diretto da Jeanne Herry, Exarchopoulos interpreta un’attrice non particolarmente capace alle prese con la dipendenza dall’alcool. Per due ore lunghe, estenuanti e davvero eccessive, seguiamo la rocambolesca esistenza di Garance (in questo senso è molto appropriato il titolo scleto per la distribuzione internazionale: Another Day), che sembra ricordare lontanamente la Cassandre di Generazione Low Cost, ma in una versione meno accidiosa e contraddistinta da un energico cinismo. Il personaggio sarebbe anche interessante sulla carta; peccato, tuttavia, che il suo corrispondente cinematografico sia immerso o, meglio ancora, affogato in un film fastidiosamente e volutamente (tanto che si convince di possedere una chissà quale originalità o espressività) ondivago. Di Garance vediamo terminare una relazione, poi la vediamo innamorarsi perdutamente di una giovane regista (un carattere di rara antipatia, vacuità sentimentale e con poco intelletto), passando per la malattia terminale della sorella (una storyline insensatamente trascurata e il cui tono melodrammatico mal si adatta con quello leggero di molte sezioni adiacenti) fino alla lotta dell’attrice contro l’alcolismo.

Insomma, Garance si attesta come una pellicola dal potenziale sprecato e che presto si rivela in tutta la sua sconclusionata irrilevanza. La colpa principale è da imputarsi alla prima parte, estremamente diluita e troppo flirtante con il registro leggero che, una volta entrato in contatto con quello patetico della seconda metà, si sbriciola in poco tempo; a tal punto da far sembrare la parentesi sulla leucemia della sorella come fuori luogo (l’ultimo incontro tra le due è seguito ex abrupto da una buffa scena in cui Garance è impegnata in studio di doppiaggio davanti a un episodio della soap opera Beautiful).

Un’opera che vorrebbe raccontare la crisi psicologica ed esistenziale di una trentaseienne dovuta al suo alcolismo scade, per una mala gestione dei toni, in un infantilismo e in un’incostanza contenutistica imperdonabili. La conseguenza è che anche la questione relativa all’alcool difficilmente può essere presa sul serio dallo spettatore che, per queste due lunghe ore, non fa altro che chiedersi chi sia veramente Garance e perché un’interprete così matura come Adèle Exarchopoulos sia stata limitata da una messinscena non alla sua altezza.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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