È possibile raccontare una storia così densa e profonda come quella del rapporto tra Thomas Mann e la figlia Erika, intenti ad elaborare il lutto del figlio/fratello Klaus durante un viaggio tra Germania Ovest ed Est, e al contempo descrivere l’altrettanto complesso contesto storico in cui è ambientata (l’anno 1949) in soli 82 minuti? E, soprattutto, è possibile farlo davvero bene? Evidentemente, per Pawel Pawlikowski la risposta non è solo affermativa, bensì anche ottimamente argomentata.
Il regista polacco torna in concorso a Cannes con Fatherland, ultimo tassello di un’ideale trilogia sulla Guerra Fredda e sull’identità di cui fanno parte i precedenti Ida (2013) e Cold War (2019). Una delle tante primizie custodite da questo bijou cinematografico è il fatto che la chiave necessaria per aprirne lo scrigno è un fantasma, quello di Klaus Mann (un magnetico August Diehl). A lui è affidato l’incipit evocativo e già doloroso del film, in cui il figlio del celebre scrittore tedesco, ormai disilluso nei confronti della cultura e in uno stato di insolubile nichilismo misantropico (“we are trash“), rivolge alla sorella, poco prima di morire suicida, la domanda che muove tutto il discorso politico del film rispetto al rapporto tra arte e potere: “Stalin o Mickey Mouse?“. Dopodiché, Klaus diventa uno spettro, apparendo in sogno al padre (in una scena suggestiva e struggente, la cui derivazione bergmaniana è dichiarata e raddoppiata dal trucco e dal costume del bravissimo Hanns Zischler, un Thomas Mann molto simile all’Isak Borg interpretato da Victor Sjöström ne Il posto delle fragole) e nella dolente e malinconica immaginazione di Erika, portata in scena da una magistrale Sandra Hüller.
Il volto (altro locus poeticus del cinema di Ingmar Bergman) dell’attrice tedesca assume il ruolo di autentico centro discorsivo ed emotivo del racconto: i suoi sguardi virtualmente in fuga verso il fuoricampo o rivelatori delle sue contrariate reazioni alle vacue ciarle intellettuali (“i tuoi discorsi sono solo musica di sottofondo” gli dirà Erika) che si diffondono rumorosamente attorno a lei e ogni sua soggettiva e piano d’ascolto fanno emergere un intero mondo interiore in opposizione a quello pubblico del padre. Durante le sue conferenze a Francoforte e Weimar (invero mere ospitate a scopo propagandistico inscenate da un potere in grado di rileggere, appropriandosene, Goethe in ottica marxista), Thomas Mann non fa altro che sciorinare una serie di luoghi comuni sulla poetica dei grandi artisti europei (l’amore secondo Goethe, il rapporto tra Wagner e il Nazismo, l’utopia secondo Oscar Wilde), facendo attenzione a non interpretarli troppo politicamente e rendendoli, pertanto, innocui agli occhi della censura. Pawlikowski oppone al mondo pubblico e sfarzoso di un Thomas Mann senza patria quello intimo e fragile del personaggio di Hüller, in grado di comunicare le proprie emozioni senza il bisogno di alcun discorso, ma semplicemente con la postura (lo notiamo dal modo in cui stringe tra le mani la borsetta quando annuncia al padre la notizia della morte di Klaus, assisa in un piano americano mozzafiato).
Come se non bastasse, l’autore Premio Oscar realizza insieme al suo eccezionale dop Łukasz Żal l’ennesimo miracolo estetico: un bianco e nero emotivamente e sensorialmente coloratissimo cattura la pregnanza semantica degli ambienti, inquadrati simmetricamente e con il punto di fuga centrale (merito del formato Academy) e così ribadendo il discorso visivo-spaziale sull’oppressione dello Stato già imbastito nel film del 2019.
In un film allo stesso tempo politico (la necessità di schierarsi, anche se con la fazione del “meno peggio”) e poetico (la lirica promenade di Erika nel giardino con le statue, quasi un ricordo di Viaggio in Italia o L’anno scorso a Marienbad), Pawlikowski scioglie alla perfezione il nodo che lega l’arte, la politica e la vita, firmando un finale memorabile e di incessante commozione in cui, alla fine del mondo e della Storia, una figlia stringe dolcemente la mano al padre, ormai vincitore contro il proprio spirito di autoconservazione, mentre tra le macerie di una chiesa abbandonata si schiude un’immagine monumentale sulle note di Bach, l’unico vero idolo di Klaus Mann, E allora l’arte non è più un argomento di fatue conversazioni tra intellettuali e burocrati, ma l’espressione dell’interiorità di un’intera famiglia.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars