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Cannes 79 – “Parallel Tales” o racconti reiterati?

Copyright: Memento Distribution

Quattro anni dopo Un eroe (film di ambientazione persiana), Asghar Farhadi torna dietro la macchina da presa alle prese (pessimo gioco di parole, n.d.r.) con una nuova produzione europea, a seguito di un primo tentativo in lingua francese (Il passato, 2013) e quello in lingua spagnola (Tutti lo sanno, 2018), è la volta di Parallel Tales, thriller voyeuristico con protagonisti Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel e Pierre Niney.

I racconti paralleli a cui allude l’evocativo titolo, sono fondamentalmente due piani narrativi (e mezzo), la cui alternanza è scandita da alcune sessioni di scrittura e/o di lettura: una donna in terza età, malata terminale, scrive un manoscritto immaginando le vite private dei suoi vicini di casa, che spia attraverso un binocolo giocattolo. L’opera tuttavia, non riscuote particolare successo, in un’esilarante confronto tra l’autrice (Huppert) e l’editrice (Catherine Deneuve), finendo poi per passare di mano a un nuovo scrittore, non più aspirante come nel caso della signora malata, ma improvvisato: si tratta di un giovane senzatetto che si prende cura di casa sua. Da lì in avanti, il film del regista due volte premio Oscar si mostra per ciò che realmente è: un divertissement di genere thriller-drammatico che adotta una strutta hitchcockiana (à la Finestra sul cortile) per incrociare alcune storie e differenti varianti delle vite dei protagonisti sfruttando i piani narrativi paralleli di cui sopra. L’aggettivo presente nel titolo poi, meriterebbe una piccola nota di demerito: più che parallele, queste vicende, sono reiterate. Molto spesso (quasi sempre in realtà), ciò che accade nel piano della realtà oggettiva (le vite dei personaggi di Huppert e Pierre Niney), deve essere dogmaticamente ripetuta nel piano della realtà soggettiva (il contenuto del romanzo) e viceversa, quando entriamo nel vivo degli eventi, intorno alla seconda ora.

In fin dei conti, Parallel Tales non è il disastro che la stampa internazionale sta dipingendo. Si tratta tuttavia di un’opera fondamentalmente accademica, che concettualizza (oltre l’inverosimile, ben più del maestro ispiratore) all’interno di alcuni schemi formali e narrativi la strategia del tensione tipica dei gialli di Hitchcock (o di DePalma, per citarne un epigono). Il nuovo film di Farhadi sarebbe utile per un docente di cinema che sta cercando degli esempi comprensibili per i suoi studenti, nell’evenienza di una lezione di regia cinematografica, proprio perché la teoria, non viene accompagnata da un’esecuzione pratica sentita, viscerale. E come Christopher Nolan tiene a ribadire dodicimila volte nel corso delle tre ore del suo Oppenheimer, “La teoria può portarti solo fino a un certo punto”.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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