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Cannes 79 – Club Kid: la vera rivelazione del festival

L’opera prima di Jordan Firstman ci racconta una casistica festivaliera tra le più interessanti: Club Kid è stato presentato nelle giornate di apertura della sezione Un Certain Regard, celebre per lanciare decine di giovani autori e autrici ogni anno con un posto d’onore sulla Croisette, in una sezione competitiva per giunta. Il clamore nei confronti di questo autentico gioiello, è stato talmente drastico (nonché inatteso) dal dare il via a un’autentica bidding war (guerra delle offerte) tra quattro grandi distributori a stelle e strisce: Mubi, Netflix, Neon e A24. La base d’asta? Si tratta di una cifra a sette zeri, a quanto pare.

Ebbene, in seguito a questa presentazione di tutto rispetto, possiamo confermare che è tutto vero: Club Kid è la vera scoperta dell’edizione numero 79 del Festival di Cannes. Si tratta di un racconto dramedy ambientato nella New York contemporanea. Protagonista, un PR tossicodipendente, omosessuale, che scopre, dieci anni dopo aver avuto l’unico rapporto con una donna della sua vita, di avere un figlio cresciuto a Londra, rimasto orfano in seguito al suicidio della madre.

Contrariamente a quello che il presupposto della storia lascerebbe sospettare, la storia firmata (ma anche interpretata, in qualità di protagonista) dal giovane Jordan Firstman trova delle note di delicatezza, lungo tutti e tre gli atti della sua narrazione, che suggeriscono una commistione di ispirazioni straordinaria. In primis, il rapporto padre-figlio tra questi due individui, Peter e il piccolo Arlo, ricorda Il monello di Charlie Chaplin, per via di questa infinita dolcezza che caratterizza il loro rapporto, che è per giunta tremendamente carnale, nell’accezione più affettuosa e passionale che possa esistere per un padre e un figlio, ma anche in virtù delle interazioni che il duo ha con l’ambiente circostante, adottando un registro slapstick (sì, si ride a crepapelle in questo film); altro rimando, inevitabilmente, è Hirokazu Kore’eda, presente in concorso al festival. Il terzo atto di Club Kid rende omaggio ai drammi legati all’infanzia tipici della seconda metà di filmografia del maestro giapponese, per quanto concerne gli aspetti più orrorifici legati alla burocrazia, di come quest’ultima incida sulle vite dei più piccoli. Firstman confeziona un ritratto commovente legato a una redenzione apparentemente impossibile, inaspettata: quella di Peter. Se non fosse stato per questa paternità piovuta dal cielo, sarebbe rimasto uno dei tanti ragazzi della sua generazione distrutti da droghe pesanti e abitudini di vita irresponsabili. Il piccolo, lo responsabilizza, insegnandogli a provare amore e compassione verso sé stesso.

Perché alla fine della fiera, la conclusione a metà tra il melodrammatico e il dolceamaro, si riaggancia circolarmente al punto di partenza dell’opera: quella di Peter è la storia ai limiti del rimando biblico di una paternità/maternità biologicamente ai limiti dell’impossibile. Venga il nuovo regno, grazie a un bambino miracoloso, in grado di portare rinnovata lu.cidità e salvezza a chi gli darà amore. Un’opera queer (inteso sia nel senso di “diverso” che in quello di “fluido”) straordinaria.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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