Provocazione o scherzetto? Thierry Fremaux, il più grande selezionatore di tutti i tempi o giù di lì, ha regalato al pubblico di accreditati del 79esimo Festival di Cannes un’altra perla che passerà alla storia della kermesse: Hope di Na Hong-jin è sbarcato in concorso, nella curiosità generale, vuoi anche per l’alone di mistero che ha avvolto il film sin dal suo annuncio il mese scorso. Contro ogni pronostico, il film del bravissimo regista di genere del thriller The Chaser e dell’horror The Wailing, è un autentico blockbuster. Troppo blockbuster per Cannes? Forse, ma che importa.
Divertentissimo action di fantascienza, vede nei panni della protagonista una comunità, quella di Hope Harbour (porto della pace, lett.), un piccolo villaggio in Corea del Sud, venire attaccata da una misteriosa creatura aliena che sta seminando una scia di morte e distruzione. Attraverso i canoni del cinema d’azione a noi vicino (quello che va dagli anni ’90 in avanti, ricco di grandi e numerosi set-pieces), Na Hong-jin elabora un interessante affresco intermediale tra cinema e videogame. La prima ora di film in particolare, gioca con una struttura che può ricordare uno shooter horror in terza persona come i classici Resident Evil o i più recenti capitoli di The Last of Us, catapultando gli eroi in un campo di battaglia sconfinato, che non concede punti di riferimento. Che diventa in un battibaleno la scacchiera della creatura con cui si scontrano con scarsi risultati. L’autore però, a differenza, per dirne uno, di John Wick 4, non assolutizza il rimando videoludico, rendendolo protagonista unico della messa in scena, anzi. La struttura del primo atto si regge su un concetto assolutamente cinematografico: prima di “conoscere” il mostro con un primo piano, il protagonista del film proverà a inseguirlo a lungo, senza mai riuscire a fronteggiarlo: gli viene negata la possibilità di sbirciare.
La grandezza di Hope sta poi nel sarcasmo di Na Hong-jin nel giocare con alcuni cliché del genere, come ad esempio il classico secondo atto lungo, a intervallare due grandi macro-sequenze d’azione. La solennità con la quale decine di film action vengono viziati, nei loro atti centrali, viene smorzata e sfottuta dal regista coreano, in particolare nel momento della “grande rivelazione” che i protagonisti scoprono. Quella che riguarda gli escrementi, per chi ha visto il film. Sta proprio in certi squilibri equilibrati (ossimoro) la brillantezza dell’autore, che da un punto di vista teorico riesce a realizzare un’opera in grado di mappare alla perfezione il “corpo” del cinema d’azione a noi temporalmente più vicino, tra elogi, omaggi e sfottò. Ciò che indubbiamente manca al racconto, è un sottotesto, un discorso di (sotto)fondo che elevi il valore tecnico eccezionale del prodotto. Gli alieni, soprattutto nel terzo atto, in cui iniziano a essere protagonisti assoluti della narrazione, finiscono per rappresentare figure della nostra contemporaneità fin troppo semplici, da utilizzare in un film coreano di stampo americano (per dirvi, i tre mostri principali sono doppiati da tre grandi attori statunitensi; non vi rivelerò quali, però); Hope cerca di raccontare la reazione di un popolo sfigato e bistrattato (agli occhi del regista almeno) a un avvenimento apocalittico, come la violazione di un confine geografico e comunitario da parte di un invasore esterno, alimentato da foga irrefrenabile.
Il cuore tematico della storia, nei suoi frangenti di (credibile) serietà, forse, vorrebbe essere l’incapacità dell’uomo di tendere la mano all’ignoto, al nuovo: a differenza di altri monster movie recenti (pensiamo per esempio ad Arrival), non c’è mai il tentativo da parte dei terrestri di comprenderne la natura e/o le ragioni, né tantomeno c’è la forza di prendere decisioni empatiche, davanti alla possibilità di abbassare le armi. Si tratta solo di sprazzi fugaci però. Le quasi tre ore di montato finale sembrano lasciare spazio a eventuali progetti sequel (si parla di una trilogia, ma magari!), dimenticando di chiudere alle volte discorsi tematici (spesso metatestuali) sulla carta intriganti.
E no, non è “Mad Max con i cavalli”, come stanno suggerendo in molti. Non c’entra proprio niente con la saga di George Miller. L’unica cosa in comune? Aver fatto un’iniezione di adrenalina al pubblico del Lumiere di Cannes, a dieci anni di distanza l’uno dall’altro.
Nota a margine: Hope è la produzione più costosa della storia del cinema coreano. Anche oggi insomma, sulla Croisette, s’è fatta la storia del cinema.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars